‘because we are also what we have lost.’
la cenere e poi la rosa. João César Monteiro
João (César Monteiro) de Deus, il “povero diavolo di mezz’età” che percorre il mondo e i suoi misteri come un rabdomante del desiderio.
Un diario di bordo dove liberarsi le viscere al mattino è altrettanto degno di nota che pensare a Dante o Nietzsche, vagare per librerie e caffè ha tanto peso quanto gli incontri con donne delicate. D’altronde, facendo i conti con la vita, “non c’è culo che mi possa salvare”: il poeta lo sa. L’alchimista, ancora meglio.
Rundskop è una grottesca tragedia greca, la definisce il regista, su come il nostro destino sia pilotato a volte da eventi sui quali non abbiamo alcun controllo. I fatti sono semplici e sembrano seguire le coordinate del noir: ma il tocco di Roskam è magico, impeccabile, e il noir si avvita in una specie di dramma pastorale fuori dal tempo, immerso in luci caravaggesche, dove Jacky, la schiena e la nuca, il corpo massiccio e mutilato di Matthias Schoenaerts, è il corpo del reato: la perdita dell’innocenza non spiegata, non giustificata, solo esposta al nostro sguardo. CONTINUA QUI
il firmamento

“A close-up of the firmament, like a big piece of stage machinery: enormous, pulsing and alive…
in the moments of silence, when he and she stop talking, the firmament can be heard in all its inconceivable breadth,
like an enormous organism that breathes”
oggi con Antonio Moresco al Mosaico d’Europa Film Festival
h. 18:30 Ravenna, Cinema Corso
IL FIRMAMENTO
dalla piéce di Antonio Moresco
un corto di Fabio Badolato Jonny Costantino

p r e c i p i t a r e

incipit
Colui che conosca le pieghe e le complessità del corpo della propria madre, egli non morirà mai. Colui che conosca le latitudini del corpo della propria madre, colui che l’abbia sollevata tra le braccia e quindi battesimalmente immersa nella vasca del bagno al pianterreno, prima una e poi l’altra delle sue gambe alabastrine, colui che la lavi con campioncini di sapone Woolworth, colui che ruoti le stridenti manopole e saggi la temperatura dell’acqua con l’interno del proprio polso, colui che versi un paio di cucchiaini di sali alla rosa nel gorgo sotto il rubinetto e si stupisca per il rosso acceso che ne risulta, colui che con la mano fletta le sue membra sclerotiche come per accertarsi dell’efficienza di un cardine, colui che abbia baciato la propria madre lì dove più radi sono i suoi capelli candidi, e che ne abbia sussurrato il nome mentre la insapona sotto quel seno che un tempo gli diede il latte, colui che inali l’acre e avvilente tanfo del corpo della propria madre mentre lava via gran parte di tal lezzo con saponette Woolworth alla lavanda, che ne abbia messo da canto il futile reggiseno e le enormi mutande (abbandonati sul pavimento di mattonelle alle sue spalle) per ripararli dall’acqua che di tanto in tanto, sfuggita alla valvola di trabocco, tracima dal bordo della vasca, colui che su tali mutande sia scivolato, mutande un tempo macchiate col sangue dei non nati, i suoi fratelli non nati, mutande adesso intese a ospitare biancheria di plastica, colui che abbia asciugato con una spugna viola le stalattiti di bava dalla bocca della propria madre, che abbia spinto di lato l’invadente tenda viola della doccia per meglio sollevare la propria esile madre al fine di lavarle il sedere dove talvolta una dolce merda infantile si raggruma causandole al tempo stesso disagio e vergogna, colui che con una mano bagnata armeggi nervosamente con la sintonia della radio del bagno (appoggiata sul serbatoio del cesso) in cerca di una specifica emittente alternativa che trasmette unicamente registrazioni di incidenti ferroviari e rumori di cantieri edili (alla sua età questa fissazione dovrebbe essergli passata da un pezzo), colui che si accontenti infine dei percussionisti del Burundi sulla WUCN pur sapendo benissimo che la madre tollera solo musica degli anni Trenta e qualche classico, e colui che poi si penta del proprio egoismo e dunque si sintonizzi su un’emittente nazionale che trasmette grandi successi dell’era swing, colui che nel corso del proprio ufficio si accorga della florida luce dell’inizio di novembre così come si spande sulla parete del bagno dove l’unica fonte di illuminazione è una candela elettrica con base di plastica, colui che indugi nella suddetta mezza luce mentre la propria madre si gode l’ultimo piacere corporale ossia il fluttuare del suo inutile corpo nella tiepida, umida, carezzevole culla d’acqua profumata di rosa, un’acqua che benché piacevole può provocarle afosi transitoria, atassia, difficoltà nella deglutizione, sordità e altre disfunzioni momentanee connesse alla sua malattia, colui che nondimeno guardi al volto pacificato della madre in quell’acqua e – in uno slancio vagamente New Age – vi scorga il proprio volto prima di nascere, colui che mentre la lava pianga sulle condizioni della madre, pianga silenziosamente, senza aggiungere al proprio pianto parole o sguardi pietosi o soffiamenti di naso o singhiozzi, solo un breve pianterello schietto, colui che poi si riprenda rapidamente ed energicamente dallo sconforto e formuli un ringraziamento per il mero fatto di avere ancora una madre, ma che nondimeno si sia interrogato sul tipo di giustizia astrale che l’ha così immobilizzata, colui che si auguri una precoce fine del bagno per potersene andare a bere troppo al baretto locale, bar dove incontrare gli abitanti del paese natale, bar dove trovare gli amici del liceo, i mai-partiti, i rimasti per diventare attivisti civici, quelli che hanno iscritto i propri figli al semiconvitto dove essi stessi andavano da piccoli, colui che guardi l’ora e sbadigli, chiedendosi quanto ancora lasciare a mollo la madre, colui che la insaponi una seconda volta per assicurarsi che ogni recesso del suo corpo sia disinfettato, che venga eliminato ogni granello di polvere, ogni scaglia di sudiciume, colui che mentre l’acqua comincia a defluire entri nella vasca da bagno per sollevare la madre come solleverebbe da un torrente un paracadute zuppo, colui che, collocatala sul sedile abbassato della toilette per asciugarla con un asciugamano dallo spessore ormai sfinito (rosso vermiglio), nell’asciugarla ne annusi, delicatamente, impercettibilmente, la superficie della pelle, colui che si rifiuti di metterle a questo punto gli occhiali come ha sempre fatto in passato quando reclutato a lavarla, come dovrebbe fare appunto adesso benché con ogni probabilità ella possa sì e no discernere una confusione di sagome (almeno fino al raffreddamento del suo oltraggiato sistema nervoso centrale), colui che desideri comunque protrarre questa ulteriore e specifica invalidità in virtù del fatto che ella, quando è totalmente cieca oltre che semitetraplegica, finalmente avverte l’insufficienza delle proprie facoltà di orientamento, colui che infili su per le gambe della madre le mutande e, poiché non sa resistere a questa opportunità di conoscenza, osservi ancora una volta lo squisito andito glabro che porta alla sua vulva, colui che abbia un breve rimorso per la propria impudenza, colui che, quantunque irrisoria sia per lei l’utilità dell’indumento, le metta e allacci il reggiseno, colui che le infili dalla testa la vestaglia abbottonata, ficcandole prima un braccio e poi l’altro nell’apertura per il capo, colui che allunghi una mano e spenga la radio perché il brano che stanno suonando è troppo triste, un’estenuante melodia jazz di tromba con sordina, colui che infili nelle pantofole i piedi della madre, il sinistro e poi il destro, prima però indugiando brevemente a giocherellare con le sue dita, semplicemente per vedere se vi sia una qualche sensibilità, giacché la sua logorante malattia è caratterizzata da brevi periodi in cui alcune sensibilità fanno un repentino quanto fugace ritorno alle estremità colpite (comunque mai la sensibilità), colui che noti la totale assenza di risposta nella propria madre quando le pizzica l’alluce, e colui che tale assenza la noti pacatamente, colui che infine si risolva a sistemare gli occhiali sul naso della propria madre acconciando le stanghette in maniera che le poggino comodamente sulle orecchie, colui che una seconda volta baci la propria madre dove i capelli sono più radi e la sollevi di peso tra le braccia per portarla alla sedia a rotelle sulla soglia, colui che alla propria sciupata mamma dica, con una leggera balbuzie dovuta ad ansia generalizzata e provocata da insufficienti pause tra inalazione ed esalazione del fiato: Ehi, Mamma, s-s-stasera hai un a-a-a-a-aspetto favoloso, stai una m-m-meraviglia, colui che dica ciò mentre sblocca il freno della sedia a rotelle, colui che quindi porti la sedia a rotelle col suo carico a fermarsi nel corridoio all’altezza dalla cucina, sotto uno scadente paesaggio finto-impressionista americano appeso alla parete, al semplice scopo di abbracciare ancora una volta la propria mamma perché non la vede da mesi, perché è un figlio negligente, perché le sue condizioni sono peggiorate, sempre peggio, colui che nondimeno fantastichi di collegare la sedia a rotelle a un portatelevisore anch’esso a rotelle in maniera da poter spostare in giro per la casa lei e quel covo di idiozie coi suoi programmi barbiturici evitandosi così di dover parlare con lei, giacché è da due decenni e passa che assiste al suo declino e non ne può più di consolare e sacrificarsi, la semplice idea lo fa star male, colui che la collochi in cucina accanto al tavolo in formica e apra il frigorifero in cerca di qualche pappetta con cui sbrigarle la cena, qualche pappetta facile da farle inghiottire e che non costringa come al solito lei a passare la notte col rischio di soffocare e di conseguenza lui a usare quella specie di aspirapolvere sanitario, quell’arnese dentistico col quale rimuoverle dalla gola particelle di cibo e boli di saliva, grumi di minestrone e omogeneizzati, colui che incespicando nella sedia a rotelle della propria madre mentre la aggira per raggiungere in fondo al frigo il latte al cioccolato si faccia male al ditone, Cazzo, cazzo, cazzo, scusa Ma’; colui che cambi idea e dal frigo cavi una confezione da sei della miglior birra d’importazione da lui stesso acquistata in un negozio di liquori in città, e ne apra una lattina per sé e una per la propria madre, colui che quindi infili nella lattina di birra destinata alla propria madre una tremula e ritorta cannuccia di plastica, colui che quindi rechi la bibita alla propria madre e accomodi l’estremità libera della cannuccia tra le labbra di lei, esortandola: Bevi, bevi, colui che quindi pieghi all’indietro la testa e si scoli la lattina di ottima birra d’importazione con due rapide sorsate che gli consentano in breve di passare alla successiva, colui che quindi abbracci la madre (daccapo) sentendo, nella vampa di orzo e luppolo lavorati, che la propria vita è comunque la migliore delle vite, colma di cattive notizie e di buone, di pienezza e di penuria, di pena e di premio, di sacro e di profano, di maschile e di femminile, di presente e di ritorni del passato, colui che in tale istante di travaglio e rispetto, conosca il perché del fiorire della rosa, del canto dei bicchieri di cristallo, della morbidezza delle labbra umane quando baciate, del soffrire dei genitori, egli non morirà mai. Hex Raitliff. E se costui è un eroe, allora gli eroi sono a bizzeffe, e il mondo ne è pieno come lo è di cani randagi, gomme lisce e chiavi smarrite.
l’isola
RONIN sonorizzano live L’Isola [Seom, 2000, Kim Ki-Duk]
Sabato 13 aprile 2013
Serata inaugurale del MEFF – Mosaico Film Festival Ravenna
Sinfonia per sirene con ami da pesca.
“In ogni realtà accessibile, in ogni essere, bisogna cercare il luogo sacrificale, la ferita.”
“Ogni ferita lascia dunque il posto a una nuova pelle”
Sinfonia per tende agitate dal vento.
“è un’umanità che non ha più i piedi per terra, sempre a un passo dall’acqua, dallo sprofondare nell’invisibilità del fondo. Gli uomini emergono solo per un soffio. E se vengono ripescati, cos’è che li salva?”
i gradienti dell’orrore

andavo a pagare dei libri, e all’altezza della vita (giustappunto) vedo queste cose esposte in cassa. Come al solito, quando credo di essere diventata abbastanza forte per tollerare il Male, trovo qualcosa, un incubo squillante, che mi fa saltare in aria per l’orrore.
“è, èè…” “èTERRIBILEcheESISTAquestacosa,èAGGHIACCIANTE!” dico finalmente (come un uomo che sta soffocando direbbe “soffoco”) al cassiere Feltrinelli, agitando davanti al suo viso, sì come Van Helsing di fronte a Vlad l’Impalatore, quello che fatto un rapido calcolo mi terrorizzava di più: 50 SMS PER… RICOMINCIARE!
Sulle prime non mi vede, tanto abituato a battere libri senza soffermarsi troppo su che libri sono, giustamente, dico io, pena la sua sopravvivenza. Poni il caso che uno gli stia dando da pagare E FAR TORNARE TUTTO COME PRIMA! Come fare a trattenersi dal picchiarlo, molto forte, per esempio con una testata sul setto nasale? Non guardarlo. Ha ragione. Se ne ha.
Poi mi sorride però – anche perchè ogni volta che compro un libro, io sorrido fino ai denti come un gatto, porgendolo a due mani come un omaggio divino: sono un pirata e quello un baule pieno di dobloni d’oro, sono un cartografo e quella una mappa di due secoli prima, sono un marinaio e quella una polena seducente, che mi offre la bocca dalla nave. Vieni a me… come no. Nemmeno devi dirlo. Vengo a te da sempre, sempre vengo a te.
“nulla è più agghiacciante, oggi.”. Mi risponde dolcemente.
esco dunque, masticando: “oggi è come ieri. i gradienti dell’orrore… sono le epoche, prima solo non c’ero, ma era uguale”.
e arrivata al mio secondo barbone preferito, che legge libri (veri), seduto sulla strada, come a dire: “me ne sbatto, finchè campo almeno esisto” il mio cuore si era già di nuovo ricomposto, in quello straccio che combatte valoroso.
La bellezza ancora c’è, la sento tachicardica, ma c’è, la riconosco. Buona Notte.
“Poi un giorno, come se la carne improvvisamente si disfacesse e il sangue sotto la carne si fondesse con l’aria, all’improvviso il mondo intero rugge di nuovo e persino lo scheletro del corpo si fonde come cera“… [cit.]





























