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TROPIC OF STUPID PUMA

30/04/2018
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+ INFO…

“Non c’è giustificazione per quello che fate e siete i piccoli aiutanti di satana”

23/05/2019

Così, Black Mirror sarebbe fantascienza, o distopia, e il punto, la tecnologia e non l’umanità.

Non stiamo per parlare di tecnologia qui, ma di scoprire i giochi e possibilmente di abbandonarli. About quitting card games – che bella espressione che rubo a Craig Jenkins, che in questo saluto a Leonard Cohen ipotizza che l’uomo Leonard si sarebbe occupato con tanta costanza e profondità della propria morte da non arrivarci impreparato.
and he stared at death so sternly in his work that it’s impossible to imagine he was unprepared‘.

About quitting card games, perchè i giochi di carte contengono sempre carte truccate, e perfino non sedersi al tavolo da gioco non equivale a non vedere il trucco.

Tempo fa alcune affissioni pubblicitarie qui a Bologna hanno catturato la mia attenzione. Prima è arrivata una cosa sibilante tipo vento gelido, che posso descrivere solo approssimativamente come ‘terrore’, indipendente dalla fluida accettazione della realtà (mantieni la calma si tratta di una campagna di marketing tesa a promuovere un oggetto o un servizio va tutto bene per ora per ora ancora). Se la catastrofe è già arrivata da sempre il catastrofista è solo un cantore del suo tempo presente, si limita a cantare una parte di un infinito intrattenimento che ancora non si declina in tutte le sue possibilità. Charlie Broker, il creatore di Black Mirror, non è che teme il futuro, lui. Si limita a dire: ‘sono una persona che si preoccupa molto e qualcuna delle mie preoccupazioni, accidentalmente, si concretizza‘.

It would be easy to mistake Brooker and his actors for technophobic luddites. In fact, nothing could be further from the truth – they are all obsessed with their black mirrors. “You know, the show isn’t anti-technology,” says Brooker. “I’m quite techy and gadgety. I hope that the stories in this special demonstrate that it’s not a technological problem [we have], it’s a human one. That human frailties are maybe amplified by it. Technology is a tool that has allowed us to swipe around like an angry toddler.”

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I manifesti mi hanno turbato per quella che a molti sembrerà una forma – riuscita o meno, perfino innocente – di creatività, comunicazione, eccetera (se qualcuno di voi lavora nel marketing, non sto scherzando, kill yourself).

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Rielabora un modo di dire che apparterrebbe al rito del matrimonio (forse non solo cattolico, al momento non mi interessa approfondire) e che dal punto di vista dei malefici folletti del marketing sembrerebbe avere facile gioco ironizzando sulla scarsa credibilità della promessa (indago brevemente: la milanese Dreaming con la consulenza di Creative Consultants ha partorito una campagna forse più ampia, di cui non trovo purtroppo o per fortuna altre tracce, denominata Dieci comandamenti.)

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In particolare, i manifesti giocano sui alcune formule che anche dal punto di vista letterario rappresentano forse l’unico aspetto che andrebbe apprezzato nella cloaca maxima dei discorsi da contratto delle istituzioni religiose. Alcune formule che andrebbero per una volta scollate dall’ipocrisia di chi lo balbetta a memoria e associate alla follia – o alla necessità – forse sono la stessa cosa – di chi lo intenderebbe alla lettera.
Se qualcuno se lo sta chiedendo, io non lo intendo che alla lettera, laddove per promessa si intende slancio e non clausola, forza e non potere, consapevolezza e non dogma, libertà-di e non solo libertà-da (quest’ultima dovrebbe essere bella che appresa dopo gli otto anni). Ancora una volta tralasci l’importante. Questo appetito di scegliere la morte attraverso il piacere se questa è una scelta possibile – questo appetito del tuo popolo incapace di scegliere gli appetiti, questa è la morte. E quella che tu chiami morte, la caduta: quella sarà soltanto la formalità.

E so che il vecchio Palahniuk (“Un’altra cosa è che non importa quanto tu possa amare una persona: ti tirerai indietro quando il suo sangue ti scorre troppo vicino.”) vorrebbe intenderlo alla lettera. Come è possibile scegliere, scegliere qualsiasi cosa, se il famoso giro di giostra lo intendiamo come una eterna preparazione alla performance? Come si è radicato a questo punto il trucco della performance, se l’unica performance genuinamente reale sarà quella senza alcun pathos dello scomparire?

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Perduto per sempre il qui e pure l’ora.

Se siamo gli unici animali a sapere in anticipo che moriremo, siamo anche probabilmente gli unici animali a sottometterci tanto allegramente alla prolungata negazione di questa verità importantissima e innegabile. Il pericolo è che, mano a mano che nell’intrattenimento le negazioni della verità diventano sempre piú efficaci, pervasive e seducenti, finiremo col dimenticare che cosa negano. È spaventoso. Perché a me sembra cristallino che, se dimentichiamo come morire, finiremo col dimenticare come vivere.‘ [è sempre DFW.]

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Ma, tornando a noi. Una sera ingrata ho trovato la forza di rintracciare questi manifesti, e ho scoperto che pubblicizzano un franchising di palestre descritte come esclusivi templi del benessere e a quanto pare, almeno a piluccare qua e là.

Ho detto palestra?

PRIME non è una palestra, non è una spa, nè una piscina, o un centro estetico.

Questi sono luoghi, che non creano significato, senza i nostri corpi all’interno; [corsivo mio]

noi riempiamo lo spazio con il nostro equilibrio, mantenendo saldo il nostro epicentro, con la nostra idea di benessere totale, solo in questo modo possiamo avere cura di noi stessi.”

Così leggo approdata al classico CHI SIAMO del sito ufficiale, dove mi si chiarisce improvvisamente quella irrazionale sensazione di terrore. Indubbiamente non c’è eterea prigione volontaria che possa sopravvivere senza umori e sudori, un po’ come in 15 Millions of Merits.

e ancora: “PRIME è una visione etica, olistica, moderna e consapevole del benessere totale.

ETICA, e più avanti, con trasparenza assoluta:

Per questo il nostro mondo viene da noi definito Egosistema, in cui si entra, si lavora, si cresce.”

EGOSISTEMA

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E, ne va da sè, un mondo in cui come fantascientifiche fattrici, creature verminose alla Lovecraft, si produce. Ma non è questo il punto, ancora – aspetta dicevo quasi la stessa cosa che voglio dire adesso nel 2011, anche se male, mi risparmio la fatica, dicevo: qui non si tratta più di desiderare un marchio o di comprarne un pezzo, lo facciamo tutti, vivo in questo occidente che si riproduce come un tumore, ma non è più solo questo. Si tratta di incarnarlo, cazzo, proprio un desiderio di morte, avere l’i-something su per il culo, godere. Incarnare il brand come altrove si cerca di incarnare il demone, l’essenza, il senso di tutte le cose, lo spirito di comunità, la malattia, il passaggio alla vita adulta, il parto, la morte. Noi non abbiamo più nulla di tutto questo. I vertici più intensi, le manifestazioni più potenti del nostro corpo le dobbiamo vivere in solitaria, e possibilmente, senza far rumore e senza attirare su di noi lo sguardo di riprovazione/pietà/disprezzo/condiscendenza/indifferenza manifesta – cioè terrorizzato, dell’altro. Siamo condannati.

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Non ci credo. Egosistema? Così semplice, così affermativo? Il gioco di questa campagna è questo, ironizzare sulla scarsa credibilità di una promessa e proiettarla, ammicando, contro se stessi? E poi? Poi, a una certa, si muore. Tuttavia, questo disperata feroce proiezione (e non è amare se stessi uguale fottere se stessi, ma ben più astrattamente, è fottere la propria immagine proiettata nel tentativo di renderla attraente agli occhi di un Altro che tuttavia non viene mai chiamato in causa se non come spauracchio o fantasma) viene sbandierata così, con tanta allegra nonchalance, in una pubblicità locale, in fondo minima, e spacciata probabilmente per ironia? Ai piccoli aiutanti di satana del marketing a quanto pare non è bastato accogliere l’invito di Bill Hicks e lasciare lui a generare il riso, piantandola di sporcare ogni cosa con questo ammiccamento che chiamano ironia.

Proprio quella forma di ironia lì, ‘un cinismo “hip”, un odio che strizza l’occhio e ti dà di gomito e finge che sia tutto uno scherzo‘, quella ironia che “si è trasformata da un mezzo di liberazione in un mezzo di schiavitù” – e che si trasforma dopo un po’ nel ‘rumore dei prigionieri contenti della reclusione. Il canto di un uccello contento di stare in gabbia‘.

A quanto pare la tecnologia non è che una delle tante tavolette Ouija con cui possiamo evocare i nostri vecchi, millenari demoni: se Narciso in verità non amava “se stesso” – qualunque cosa voglia dire – e neppure il suo proprio corpo, il corpo che non hai ma che sei – oggi ha solo qualche strumento in più per fingere di amare la propria immagine (“believe in your selfie“) (ma per carità rifiuta in ogni modo di trovarti di fronte all’immagine tua per come si agisce e non si proietta soltanto, prossima a carne e sangue e feci e umori e morte e paura e grazia e lontano dalla platea).

Con buona pace di chi relega il corpo all’ennesima prigionia, equivocandolo come fattore in ottima salute spinto a generare effimere performance dell’apparire, invece che celebrarlo nel dispendio generoso e nella concentrazione dell’energia che ne fa nella pratica la grande ragione di cui scriveva, ahimè solo scriveva forse, non agiva, Nietzsche. Il punto, forse, che mi irrita, è la disonestà di fondo di questo assioma dell’amare se stessi, neppure il suo utilizzo a scopo abbonamenti palestra. Voglio dire, è impossibile amare se stessi nel modo in cui espresso da questi manifesti, semplicemente perchè non è una faccenda pulita semplice e indolore amare qualcuno.

Franzen in Più lontano ancora scrive un pezzo molto bello e privo di qualsiasi moralismo luddista sulla questione dei dispositivi tecnologici e sulla necessità di mostrarsi attraenti:

La mia amica Alice Sebold parla di “sporcarsi le mani amando qualcuno”. Si riferisce al fango che inevitabilmente l’amore schizza sullo specchio della nostra vanità. Il fatto è che il desiderio di piacere a tutti i costi è incompatibile con un rapporto sentimentale. Prima o poi, per esempio, vi ritroverete coinvolti in un orribile litigio, e vi usciranno di bocca cose che non vi piaceranno affatto, che distruggeranno la vostra immagine di persona buona, gentile, rilassata, attraente, equilibrata, divertente, piacevole.” eccetera eccetera.

Uno dei tizi di Black Mirror lo ricorda a qualcuno che non si spiega lo stato catatonico di una massa che riprende una caccia all’uomo al posto di intervenire (cioè non invece di intervenire, perchè non è detto che si voglia farlo, ma proprio come surrogato dell’intervento, o sostituzione): siamo sempre stati già così. Charlie Brooker è più esplicito dei suoi personaggi: My theory that is that we’re all going towards dissociative mental disorder.

Che cosa intendi? ‘Online, you’re trying to appeal to everyone and people who you don’t know at the same time. So I think as a side effect it amplifies the desire for groupthink. And also because of the way there are algorithms going, Oh, so you like hearing this fact about Hillary Clinton, let’s show you something else that’s like that — it reinforces your echo chamber. We’re all helplessly spiraling into corners and bellowing at each other. I miss everything being boring. Just a few years ago everyone was dismissing everything as dull and now nothing is. It’s all brilliant or shit.

Sulla faccenda dell’ironia:  DFW, nel ’93:

L’ironia e il cinismo erano quel che ci voleva contro l’ipocrisia americana degli anni Cinquanta e Sessanta. La cosa grandiosa dell’ironia è che seziona ogni cosa e poi la guarda dall’alto per mostrarne le tare, le ipocrisie, le scopiazzature […] Il sarcasmo, la parodia, l’assurdo e l’ironia sono modi efficaci di smascherare la realtà e mostrarne la sgradevolezza, ma il problema è: una volta che abbiamo fatto saltare le regole dell’arte, e dopo che l’ironia ha svelato e diagnosticato le brutture del reale, a quel punto che facciamo? L’ironia è utile per sfatare le illusioni, ma in America le illusioni le abbiamo già sfatate e ri-sfatate […] L’ironia e il cinismo postmoderni sono ormai fini a se stessi, sono il parametro della sofisticatezza hip e dell’abilità letteraria. Pochi artisti osano parlare di altri modi di porsi per risolvere ciò che non va, perché temono di sembrare sentimentali e ingenui agli occhi degli ironisti stanchi di tutto.”

Risulta piuttosto interessante notare che il mondo delle arti degli Usa di fine millennio considera fighe e giuste l’anedonia e il vuoto interiore. Si tratta forse delle vestigia della glorificazione romantica del Weltschmerz, che significa la noia-del-modo o l’ennui giusta. Forse è perché gran parte delle arti viene prodotta da persone anziane annoiate e sofisticate, e poi consumata da persone più giovani che non solo consumano arte ma la studiano per capire come essere fichi e giusti – e bisogna tenere presente che per i ragazzini e per i giovani essere giusti e fichi equivale a essere ammirati e accettati e fare parte di un gruppo e quindi a Non Essere Soli. Lasciamo perdere la pressione-dei-coetanei. Si tratta piuttosto di fame-dei-coetanei. No? Entriamo nella pubertà spirituale quando giungiamo alla conclusione che il grande orrore trascendente è la solitudine, l’esclusione, l’ingabbiamento dell’anima. Una volta arrivati a questa età, daremo e accetteremo qualsiasi cosa, indosseremo qualsiasi maschera per essere a posto, per far parte di qualcosa, per non essere soli, noi giovani. Le arti Usa sono la nostra guida per essere ammessi nel gruppo. Un manuale. Ci viene insegnato come portare maschere di ennui e ironia logora quando siamo giovani, quando la faccia è abbastanza elastica da assumere la forma di qualsiasi maschera si indossi. E poi ci rimane attaccato, quel cinismo stanco che ci salva dal sentimento sdolcinato e dall’ingenuità non sofisticata. Il sentimento equivale all’ingenuità in questo continente (per lo meno a partire dalla Riconfigurazione). Una delle cose che gli spettatori sofisticati hanno sempre apprezzato in Il secolo americano visto attraverso un mattone di J.O. Incandenza è la sua tesi senza sottigliezze che l’ingenuità è l’ultimo vero terribile peccato nella teologia dell’America del millennio. E dato che il peccato è quel tipo di cosa di cui si può parlare solo figurativamente, è naturale che la piccola e oscura cartuccia di Lui in Persona si sviluppasse quasi tutta su un mito, quel mito Usa stranamente persistente che vuole che il cinismo e l’ingenuità si escludano a vicenda. Hal, che è vuoto di sentimenti ma non è scemo, ha una sua teoria secondo la quale ciò che passa per un cinico ed elegante trascendimento del sentimento non è altro che una specie di paura di essere veramente umano, dato che essere veramente umano (almeno per come lo concettualizza lui) vuol dire essere inevitabilmente sentimentale e ingenuo e portato alle sdolcinatezze e generalmente patetico, significa essere in un certo modo infantile dentro, una specie di bambinone un po’ strano che si trascina qua e là anacliticamente con grandi occhi umidi e la pelle molliccia come quella delle rane, un cranio enorme, e sbava. Una delle cose veramente americane di Hal è forse il modo in cui disprezza la causa del suo essere solo: questo orribile io interiore, incontinente di sentimenti e affetti, che frigna e si contorce sotto una maschera vuota e fichissima, l’anedonia.

NON INDIETREGGIARE

23/05/2019

Con gli animaletti blasfemi e ciccioni del Tropico di Stupid Puma ci saranno anche le magliette NON INDIETREGGIARE (omaggio ai Contropotere) e i poster degli orsi obesi black metallers.

nessuna speranza, nessuna paura

indossa la maglietta volentieri: il kung fu Panda PO

Olé – Oltre l’editoria 3 – REBUS


Il festival si terrà nello spazio sociale autogestito Xm24, via Fioravanti 24 – Bologna,
nei giorni 24-25-26 maggio 2019.

***difendi gli spazi autogestiti***
‘What is an anarchist? One who, choosing, accepts the responsibility of choice.’
#ursulakleguin

 

MARNERO – LE NAVI NON ARDONO ANCORA

29/10/2018

[E fra bruciare ed estinguersi la scelta è bruciare e attraversare il dolore per poter dire di essere stati una volta vivi]

montaggio by Sav F. E. Cantona 😛

FEATURING: Matteo Bennici, Nicola Manzan, Mario Di Battista From New Album Quando Vedrai Le Navi In Fiamme Sarà Giunta L’Ora FREE DOWNLOAD: http://www.ilmarnero.com BUY LP/CD: http://marnero.tictail.com BOOKING: scrivi a ilmarnero@gmail.com http://www.ilmarnero.com | http://marnero.tictail.com | http://www.facebook.com/ilmarnero | https://www.instagram.com/ilmarnero | http://marnero.bandcamp.com

MARNERO – A.C.H.A.B.

14/09/2018

 

video by Sav F. Zubizarreta | Fx by Bul.Past.

From New Album

Quando Vedrai Le Navi In Fiamme Sarà Giunta L’Ora

Out 1 Oct 2018

PREORDER NOW: http://marnero.tictail.com

BOOKING: scrivi a ilmarnero@gmail.com http://www.ilmarnero.com | http://marnero.tictail.com | http://www.facebook.com/ilmarnero | https://www.instagram.com/ilmarnero | http://marnero.bandcamp.com

MARNERO – Quando Vedrai Le Navi In Fiamme Sarà Giunta L’Ora – due teaser

13/07/2018

‘Fire and fear, good servants, bad lords’

 

Teaser by Sav F.Valderrama 😛

Teaser by Sav F.M. Ehrmantraut 😛

Quando Vedrai Le Navi In Fiamme Sarà Giunta L’Ora

 

Out Oct 2018 On: Sangue Dischi | Epidemic Records | Dischi Bervisti | To Lose La Track | Shove Records | Sonatine Produzioni | Controcanti

PREORDER: dal 1 Settembre 2018

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BOOKING: scrivi a ilmarnero@gmail.com http://www.ilmarnero.com | http://marnero.tictail.com | http://www.facebook.com/ilmarnero | https://www.instagram.com/ilmarnero | http://marnero.bandcamp.com

Sangue Dischi

Epidemic Records

Dischi Bervisti

To Lose La Track

Shove Records

Sonatine Produzioni

Controcanti

 

 

MARNERO – L’UBRIACO E IL CIECO

08/12/2016

montaggio: Sav.Fantamuerte.11

From New Album LA MALORA – Out 1.1.2016
on Sangue Dischi, To Lose La Track, Shove, Fallo, Escape from Today.

FREE DOWNLOAD
BUY LA MALORA

Il libro LA MALORA di J.D. Raudo
è edito da BéBert Edizioni
“L’unica finestra della Taverna dello Scarto aveva i vetri rotti. Sembrava un luogo abbandonato da settimane, se non mesi. La porta di legno era alta, massiccia e pesante. Mi fermai sulla soglia. Il luogo era oscuro, e mi pareva deserto. Non c’era nessuno. Aveva tutta l’apparenza di una spettrale nave di legno. Alzai lo sguardo e vidi che, in alto, tra le pietre e le travi di legno del soffitto, pendevano delle corde. Ne contai esattamente 8, tre delle quali avevano dei nodi e un cappio perfettamente assicurato alla maniera di un boia professionista. Guardai in basso e mi resi conto che, sotto al tavolo, un uomo giaceva in una pozzanghera di sangue. Forse si era impiccato ma la corda aveva ceduto, o era scivolato, e cadendo si era fracassato il cranio. Mi avvicinai di scatto, ma mi accorsi subito che l’uomo respirava. A quanto pare era solo un Ubriaco.”

L’UBRIACO
“Cos’è successo ieri? Un naufragio, un disastro?
Non ricordo… Un corpo morto e un Porto,
un racconto scritto sul Diario di Bordo.”
Una pozza di sangue o vino rosso?
“Uno Specchio che ha stravolto
il riflesso distorto del mio volto.
La corda stretta al collo,
ma io non me ne sono neanche accorto.”
Una visione, un sogno sepolto, o un racconto?
Chi è sconfitto? (Sopravvissuto)
Chi ha smarrito? (a che è servito?)
Chi ha scordato? (la valigia è vuota)
Chi ha giocato questa partita?
Meglio morire che perdere la vita.

IL CIECO
“Cosa ti porta in questa Taverna?
Sei mezzo morto o sei mezzo vivo?”
Il Cieco disse “Non vedo un motivo”
Gli occhi cuciti scrutavano il Vecchio.
Il Cieco disse “Non è un approdo”
Fissava nei frammenti rotti di quel grande Specchio.
“Salpai da cieco di mare su quella galera infame.
Da mendicante, senza aspettarti niente,
vai alla cieca e puoi rinnegare chi sei
e tu che bevi per non scordare, versami ancora del vino
che io preferirei di no, non dimenticare,
e quindi ho scelto di mendicare.
Su quella nave cantavo il mare e i guai,
tenevo il ritmo e narravo le gesta,
storie che spronano allo sforzo i marinai
per tener duro e scamparla dentro la tempesta.
Mi cacciò il capitano, non la gradiva l’imprevedibilità
E adesso, non previsto, sono qua a terra
e ho aperto gli occhi ai miei fallimenti.
Non ho scordato quello che ho perso,
ma guardo in modo diverso e vedo Altrimenti.
Ma ora son Cieco di terra e so che
solo in mare ci vedo qualcosa di più.
Vedo qualcosa di più e questa ferita,
questo tatuaggio, e questo dito mutilato,
non li ho mai visti ma porto il dolore che è stato.
Guardo dietro le mie spalle e mi vedo chiudere porte.
Guardo davanti ai miei occhi
e vi vedo ammanettati alla morte.
I cani randagi, gli echi dei passi, e questo dito ammutinato,
non li vedo più ma porto sul corpo il dolore che è stato.
Guardo davanti ai miei occhi,
rinuncio al bastone e al mio nome e mi vedo guardare.
Guardo davanti ai miei occhi e mi vedo guardare.

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Un Ubriaco si è appena svegliato in una pozzanghera. Dormiva sotto il tavolo e non sa dire se le avventure che ricorda siano memoria, visione, sogno o racconto. Rilegge un Diario di Bordo, beve per ricordare ciò che ha perso, e si dispera.
Un Cieco racconta della sua scelta di mendicare dopo una vita passata a cantare su una nave, accompagnando le manovre dell’equipaggio. Racconta del suo dito mutilato, del suo vedere altrimenti, della differenza fra un Cieco di Terra e un Cieco di Mare.