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e tu mi hai stretto la mano di nascosto

18/04/2009

Poi venne l’ora del rastrellamento ma nel nostro Acquario, gli spari e lo schiamazzo e quello che poi rimase, cioè le ossa croccanti pronte da cuocere, i cavalli che bruciavano in piazza e la polvere, si sentivano appena anche per l’udito nostro contraffatto da secoli di falsi rumori da solaio, allenato a riconoscere la campanella della morte dietro la crociata ordinaria del vento, delle scale, dei topi che hanno fatto allevamento, delle sirene in fabbrica, e dei frammenti dei radioamatori dei camion lanciati nello spazio, poi quelli che gli altri chiamavano temporali erano un rombo costante e quella cosa che chiamano timelapse è il tamburo battente che ci forniva disperazione estatica, dimostrazione autentica delle cose che convergono e passano, ed eravamo abituati agli scherzi dietro le porte per aumentare la salivazione e fermare la respirazione per il secondo che conta. Tutto quel distillato di avventure erotiche beffarde che scalciavano dai libri sarebbe stato ridotto in pezzi come tutte le altre cose, ma ormai ne avevamo assorbito ogni parola fino a renderla priva di senso, come il balbettio che affiora a macchie di sudore dalla salpetriere intonacata, un re d’oro che ha gettato la prima pietra del carcere per folli, la loro vanità infinita ridotta a contenzione, la loro innocenza infinita silurata in un assassinio perenne, soprattutto i loro corpi tersi costretti a passeggiare oltre le sbarre tra i dinosauri e le parate della mente, poi ingannati, sul trono dell’anima non potrai sederti, a nulla è valso poi che fosse un trono trasparente disegnato col gesso dal dottore sulla lavagna delle spiegazioni, niente più che uno scaracchio da bambini sulla porta! E poi avvenne che i loro di sputi e i loro morsi al nulla, che quasi stracciano l’aria, le loro acrobazie da contorsioniste, quello strillo quieto contro la natura, il loro delirio malinconico destinato a produrre a lungo termine solo feci e ghiaccio, ci guardarono a lungo dalle vecchie foto sfogliate in sala d’attesa. salpetriereUna inarcava la schiena così inumana, così incollata alla terra invisibile nel letto, invisibile nel foglio di carta, che ci faceva invidia, come mai il tuo cuore è così triste, non ho un cuore, ma solo una schiena inarcata in cui scorre un sangue potenziato, direttamente in circolo con i calmanti che fanno di quel passo che manca alla conoscenza vulcanica solo uno stupore eterno da ritratto ovale. Dietro l’organopiano ammalato che vibra sparato verso il cielo come possono vederci della pace, che è la collera delle tenebre che si scaglia a zampate contro il muro del suono e zampilla in luce e poi i pianeti urtarono tra loro all’inizio come una vana collisione di corpi contro corpi che cercano la geometria unica e fanno solo danni e piatti rotti e squarci disarmonici e cercano la parola abbaiando e l’intreccio perduto coi colpi scoordinati e le nostre orecchie furono a un passo dal sanguinare ma non ancora e perdemmo ogni argomento e gli strumenti di misurazione e dovettero tutti piantare in asso i quotidiani, scaraventarsi fuori dalle macchine e inginocchiarsi smarriti apostoli di niente di fronte alle cose che deflagrano vieni hiroshima e fammi zoppicare in eterno è solo un sogno, agli occhi dei buoni e dei giusti che ci prendono a cinghiate con un solco nei calzoni e la smorfia dei bifolchi di dio non importa quanto siamo ossessionati, non sentiremo i loro colpi, ma solo i cerchi concentrici che fa un sasso nell’acqua. Nell’Acquario una volta tu mi hai chiesto come mai ci facevano male così tanto i loro sorrisi buffi nei visi stranamente tondi, che ce li aspettavamo ossuti come i fotomodelli di quella mostra che abbiamo visto una volta, lo stilista contemporaneo era tedesco e miliardario a causa del successo dei suoi vestiti, i suoi dipendenti infornavano sistemando gli spilli nel frattempo ad arte sulle anche azzoppate perché cadessero eleganti tra le pulci e i lavori forzati, c’erano dei riflettori che facevano i giochi di luce e noi eravamo contratti e improvvisamente fuori luogo, buono quell’odore di biscotti ebrei, ma tornando a sfogliare le foto delle dee di quei letti sbiancati ci chiedevamo, e perché ci sembrava che tirassero fuori la lingua nello sberleffo al cosmo intero, io ti dissi che era perché sembravamo dei simulatori noi, confronto alla loro incoscienza perfetta, e che ognuna di quelle stampe era la descrizione dell’amore. Fu necessario bere per dimostrarci che avevamo una gola e un esofago da bruciare e calore da ardere e Poi comprammo decine di romanzi rosa e ne facemmo uno spaventapasseri di fuoco per confondere gli aerei nella notte e farli cadere, perché la parola era appannata e in ognuno dei molti noi che sfamavamo a fatica covava un piromane allegro. In retata furono presi tutti e niente schiavi; uno di loro da più giorni faceva leva contro la porta tanto che non osavamo più aprirla, di lui vedevamo soltanto la camicia ben stirata, sulle palpebre le parole di trincea: né più ne meno che un porco da stufato, eppure era stato gentile con noi, tre risme di carta al giorno, l’unico a non chiedersi cosa ne facevamo, nessuno poteva indovinare che passavamo tutta la notte medievale a esercitarci ad appiccare il fuoco alle parole una volta cavate dal girone di dentro, quello rosso e candido reso conveniente dai libri di anatomia, ancora un po’ vigliacchi solo dentro casa, poi ci passavamo sopra con le scarpe e il giorno dopo ricominciavamo, lui l’avevano ammazzato con ironia particolare, la catena della bici come una corona sulla fronte calva, i pantaloncini da ciclista ancora bene aderenti alle gambe, di domenica faceva del cicloturismo da mariti, si sfiniva in risalite con l’obiettivo di sentirsi muovere, gravidanza di se stesso, nel buco da carie avanzata che era la sua settimana, il suo mese, il suo anno gerarchicamente segnato dall’avvento della prostatite e della vista che sfuma fino a tremare contro l’orizzonte, ma non tremava uguale la nostra quando guardavamo troppo da vicino? L’ho sempre trovato divertente, con gli anni si vede meglio da lontano, e così ci fottono anche di lato, dopo che di dietro e davanti, e ci strappano l’ultima cosa l’esaltazione della macchia incomprensibile che si allarga in cosa densa da mangiare, è pelle quando si rovescia e riempie tutto il campo visivo e non è rosa pennarello ma buio oscuro, e tanto buia che diventa accecante e ci sfama le pupille con una frustata di spermaluce, e così capivamo il suo mancare e odiavamo il suo mancare e spiavamo dalle imposte socchiuse se nella sua fronte c’era ancora una pulsazione di dolore che misurasse la sua forma contro il tempo, e spiavamo se poteva esserci un segno evidente che sarebbe accaduto anche a noi, invece si limitava ad andare in bicicletta con la diligenza da sopravvissuto di un uomo che attraversa il pacifico nuotando a braccia soltanto in sogno e la Moglie sedeva nel portico senza aspettare nessuno, nemmeno una lettera, con le guance tanto morte e le mani così ferme che a volte ci nascondevamo nei cespugli a tirarle biglie, soffioni, aeroplani di carta, medicine scadute, bottiglie incendiarie coi messaggi dei vascelli dentro, sostenendo che c’era ancora una paura e un dolore e un segreto nelle sue guance morte, e tutto quel che ottenevamo era una contrazione delle sue guance morte, eravamo sull’orlo delle lacrime nei momenti in cui gli altri ridevano e sghignazzavamo soprattutto per la contrizione delle anime belle, ridevamo e piangevamo sempre nei momenti sbagliati, lei per prima e poi lui e poi ci fu la strage dell’universo da causa sconosciuta come dissero nei mondi dopo il nostro, ma è da precisare che i giornali non ne parlarono, perché prima che potessero andare in stampa furono in fiamme anche le tipografie degli altri mondi e la notte era talmente illuminata che ci commuoveva e in fondo alla villa un cane ringhiava tanto vicino che ci sembrava di sentire nel suo alito la voce di un’altra morte di circostanza ma ne volevamo una più lenta, l’unico coma che abbiamo attraversato non portava al tunnel bianco dei protetti ma alle gallerie sotterranee della metro e invece che coccodrilli c’erano estintori e contro la leggenda urbana ci è toccato ristabilire il fuoco, così noi maledivamo la sua bicicletta e la sua razza, che ci sembrava uguale alla massa nel porcilaio, con tutto che i porci assomigliavano ormai agli uomini e gli uomini ai porci, alla tavola imbandita, quando io piansi però perché sapevo che avrebbero portato il cavallo operaio alla forca nel furgone scoppiò una risata che frantumava i vetri nella sala da pranzo dove si parlava solo di politica e conflitto nordorientale e seta di bachi in estinzione e campi di volontariato e terrore dell’antrace e adulterio in spiaggia e una nuova razza di parassiti che si nutrono di erba dimagrante e caccia alla volpe e calze elastiche che impediscono alle vene birichine di esplodere sulle facce coperte dai sacchetti di carta coi buchi per gli occhi dei convitati e delle strategie che contengono il decadimento e scongiurano l’apocalisse e il malsenso e la pazzia e la cattiva digestione e cantano l’oroscopo, e tu mi hai stretto la mano di nascosto. Poi è passato qualche giorno e infine abbiamo capito perché l’incursione aveva risparmiato noi soltanto fino a quel momento ma inaugurare un processo vuol dire farne parte e il la cristallino che gli hai dato li ha portati tutti fuori dal gozzovigliare a casaccio e si sono armati e non hanno fatto distinzioni e cominciammo dai vicini di casa ci avevano sempre detto che eravamo strani ma una volta dato il fuoco è di chiunque e le fiamme non portano che alle fiamme e avevamo sempre desiderato di restare abbagliati dal fuoco e i loro tramonti rovinosi da osservare all’angolazione giusta con un dito nel naso e una grattata nel culo hanno preso finalmente un bel colore vivo con le fiamme. Io l’ho capito, ma non te l’ho detto, quando ho visto il lucchetto della bicicletta in un cassetto della casa, quella stessa che doveva cadere in pezzi sotto l’attacco delle creature aliene e invece dormiva, tutto quello che avevamo dato alle fiamme splendeva per poco, lo avevi conservato per mandarlo a k. perché non fosse tanto sola e basta, dentro al mondo che non brucia, poi solo le nuvole che altro

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