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una fantasia.

18/04/2009

Una discoteca periferica, la periferia, l’est. O Qui. La terra. Dove non accade quasi mai che la fame di corpi, e la fame di quei corpi non viene quasi mai mai soddisfatta fino in fondo perché la tombola sociale esige che si possa cacciare solo in zona di caccia, e in tempo di caccia, e le prede sono autorizzate, e mantengono una rigidità regolamentare da esattrici delle Tasse, e i cacciatori mantengono un imbarazzo regolarizzato, sistemandosi il cazzo nelle tasche, aspettando come l’Eden che si spalanchino delle gambe gigantesche, ma nutrendosi sempre soltanto dei buchi nelle calze, quando si ha la fortuna di averli davanti. Oppure no: solo armature, pezzi di carne attaccati ai gomiti, alle mani, ma staccati dal resto del corpo, poveri resti. O si osserva una promiscuità distratta e eccentrica che è ancora più distaccata, ancora paradossalmente meno calore. Come in Houellebecq, in Piattaforma, quando guarda con infinita compassione e dolore le evoluzioni della bestia umana alla ricerca di una trasgressione impossibile. Come Gaddis nelle Perizie, che è l’unica cosa che somiglia allo scherzo infinito per qualità dell’infinito, che rammenta quanto è terribile una spiaggia, quando si è in quel certo stato d’animo. Come Cheever in Bullet Park, quando scrive che una spiaggia è sempre il luogo spaventoso di una perdita, di una vertigine michelangiolesca: solitamente associamo la nudità a concetti come “giudizio”, “eternità”, per cui sulle spiagge, dove ci si spoglia quasi sempre, si creano scenari da Giudizio Universale. Fermi lì sul bagnasciuga sembriamo, del tutto innocentemente, essere stati catapultati in un vortice morale fuori dal tempo.

Si muovono. Si muovono secondo tutti i clichè possibili del movimento, secondo tutti gli spazi miseri che sono permessi; sembrano tanti, ma si mutilano e si digeriscono mentre fingono di aprirsi ad altri spazi ancora, e si serrano intorno a uno strato malsano di aria respirata senza buttarla giù.

Amara è la medicina; meglio inalare soltanto la superficie; dentro, la massa che va imbrillantinata, per lucidare il cedimento. Lucidato, una superficie riflettente: gli specchi dappertutto, perché devono vedersi senza vedersi mentre mettono in pratica solo quanto gli viene Concesso; proibito: peggio ancora che concesso, come una piccola porzione di droga, inalare soltanto una parte dello sconvolgimento dei sensi, perché i sensi ingannati credano di fuoriuscire dalle prese d’aria del corpo, la carne, la carne, la carne, fustigata, condannata per sempre, anche quando viene fuori, anche quando sfiora l’altra. Nel paradiso affaticato dell’intrattenimento. Ma in gioco, la carne che sanguinerà poi nelle loro singole vite.

I loro corpi sono ingombrati, afflitti, tirati a lucido, tappati, azzerati, protesi in fuori senza mai assomigliare a una vera orchidea, giacciono, anche se si muovono, sono supini, anche se alzano le braccia verso l’alto, i loro corpi sono sassi, e dei sassi mortali, quel che è peggio.

Lo stordimento collettivo è una fregatura, l’impostura di un secolo qualsiasi, i loro corpi sono solitari e sono nettamente distinguibili nella loro solitudine come se un riflettore gli si accendesse addosso a turno, il gioco delle luci non è questo? Farti credere che hai l’iniziativa, alcuni aspettano negli angoli, gli angoli sono il riparo senza riparo, i punti di osservazione di un carnevale al quale partecipare sarebbe comunque deludente, il bicchiere in mano che conduce il corpo e non il contrario, lo spingono avanti come le madri spingono le carrozzine, lo spingono in fuori come le spose abbandonate stringono la testa dei figli davanti alla porta di casa, ultimi Capri, vanno ad espiare per sempre la paura di esistere, e quella di non esistere affatto. E l’orrore di esistere comunque vada.

Le luci non devono piroettare, e saltare: devono fermarsi. Si fermano, ed entra con un fruscio di mantello ricamato con tutte le mappe geografiche della Terra, la Vendicatrice, dolente, dritta e curva, la trascuratezza familiare ma trasformata, con il mantello diviso a metà come una lingua divisa a metà o un pene diviso a metà, ciascuna delle tue parti viene trascinata con sforzo indicibile da 24 Esecutori, la pelle lucida per lo sforzo, ma le sopracciglia distese, nudi ma vestiti di armi, decine di armi diverse gli piovono addosso, assicurate al corpo da lacci e da stringhe e da colla e da pezzetti di nastro adesivo, le portano addosso a bandoliera, attaccate al petto, appoggiate ai fianchi, sulle spalle, le portano per usarle.

La folla tace, perché la folla non sa parlare: non sa che sussurrare o spalancare gli occhi quando è tardi, non sa che covare dentro alla gola un rospo indefinito che sputare sarebbe infine troppo ineducato, la Vendicatrice tace ugualmente, gli Esecutori tacciono, salvo uno che ha una tosse rauca, perché al mattino ha preso freddo, un riflettore si mette a cercare nella folla, una donna a caso, il Trofeo del giorno, quello della notte. Ne sceglie una che porta con sé tutte le disgrazie della sua specie: è quella che una volta mi ha guardato le tette disapprovandomi, perché venivano lasciate a cazzo sotto la maglia con una noncuranza che lei studia allo specchio fingendo di contenerla nei ricami inutili comprati al saldo nelle boutique dell’erotismo ammortato e finito, contando i centimetri della sua esposizione al Mondo prima di varcare la soglia: – cosa faccio oggi? Quale illusione voglio scatenare? – , è quella che stringe i libri al petto portando in mano un vaccino contro le delusioni, amuleto costante, è quella ancora che rovescia la testa e ride portando le dita al ciondolo indiano che rappresenta la sua Fondamentale Libertà di pensiero e la sua Attitudine al Dileggio della morale comune, è quella che addossata alla parete geme ma io stasera volevo solo ballare… rinnegando il motore unico della storia, è quella che in questa porzione di Terra si lascia diventare il trofeo, ed essi sono quelli che vogliono che sia così, e la Vendicatrice, nella mia fantasia, rompe per un giorno solo tutte le dinamiche dei sorrisi e delle gocce di sudore per procurarne di vero, e di freddo.

La folla tace e il trofeo viene scelto, due Esecutori bastano a tenerla più che ferma, la retorica della violenza le si stampa in faccia, forse sospetta che la violenza possa essere violenta, ma cosa avrebbe potuto procurale questo pensiero prima d’ora, se il linguaggio è completamente alibi manierato, finora e per sempre? La folla tace in altro modo, perché annusa la violenza come un cane da caccia che deve essere liberato dal guinzaglio troppo corto, e poco importa che il guinzaglio sia lo stesso col quale si impiccano ogni giorno: hanno bisogno di un autorevole coercizione che ricordi loro di staccarselo da soli, non possono staccarselo da soli, non possono staccare, nemmeno la spina possono staccare, vogliono vivere ora qui e dopo laggiù, ma con un portacravatte elettrico, e una macchina mediamente più lussuosa del comune. Aldilà con aspirapolveri, frullatori, condizionatori, giacche a vento tagliate meglio, musica d’ambiente diffusa meglio.

La Vendicatrice monologa, e non riporteremo: il monologo cambia ad ogni sfumatura della stessa fantasia. Dimostrazione che perfino il più timido, perfino il più insicuro non vuole che assaggiare il sangue per cominciare ad essere ciò che è. Il trofeo viene offerto, potrebbe ancora restare una metafora disgustosamente triviale, come sempre lasciano che sia. Ma il suo pallore è troppo concreto: che quella eccitazione che viene fuori sia tutto ciò che vagava anche prima in sospensione, quasi vicino al pavimento, quasi vicino al soffitto, ma soltanto adesso, nominata, possa avere uno scopo dichiarato? Il Trofeo viene spalancato tra due file di devoti. Che ci mettono così poco, ad affidarsi a un culto: ecco il premio dei loro sforzi, credono. Ecco l’autorizzazione a punire ciò che sostengono di amare. Vale a dire: l’inferno della verità che inizia. Inferno per lei, certo. Che non comprende la qualità della violenza, o del potere, come si è espressa per tutta la sua vita intorno a lei. Senza amore, senza compassione la Vendicatrice assicura alla folla dei postulanti la dimostrazione che volevano dilaniare e invece danzavano il minuetto delle approssimazioni graduali; senza amore, senza compassione la Vendicatrice assicura il Trofeo femmina alla folla, che avrebbe dovuto guardarsi dentro e fuori, infilare una torcia elettrica di troppi watt prima in un occhio, poi nell’altro, poi nell’esofago, a costo di guardarsi dentro per guardare cosa offre, cosa offre per dimostrare di esistere come un oggetto di desiderio? Cosa non offre per preservare un potere tanto debole che deve essere continuamente sovraesposto? E a se stessi cosa offrono questi vestiti spiegazzati, queste maniche di uomo, che divorano le pagine di un libro sempre incompiuto senza portare con se una sola parola di durezza?

Vanno, in fila. E come un plotone di militari guidato verso un nemico che si inventa con la sagoma di uno spaventapasseri, vanno nell’eccitazione dell’intrattenimento, sanguinaria, che altra eccitazione non potrebbero crearsi. E perfino il più smarrito, rosso e bianco per l’angoscia, lo smarrimento e l’imbarazzo, diviene ciò che è: e dopo essersi dimenato per pochi minuti, si riveste come se avesse raso al suolo tutti gli Imperi dei Mongoli, smarrito ancora di aver potuto, di aver saputo: e perché l’uomo è un insetto che viene scosso come niente dall’atrofia e dal sonno del dopopranzo e si nutre del suo cervello, torna indietro un istante come per un ripensamento, per un piccolissimo schiaffo: lo spirito della scala.. I loro corpi sono incoscienti come prima, i loro volti sfigurati: irriconoscibili a se stessi eppure riconoscendosi per la prima volta, quasi si strappano i brandelli a vicenda. Diventano circospetti, perfino puntigliosi nello scegliere le armi; qualcuno, indeciso, ne usa una solo un poco, per provarne un’altra.. Carnefici e vittime preannunciati, sono uguali nella sovraesposizione al mondo. E anche loro devono scontare la triste approssimazione dei loro desideri ammutoliti.

E perfino il più innocente tra tutti (e NESSUNO lo è, nemmeno la Vendicatrice che domani sarà un altro dolore, un altro grumo di dolore smessi i panni della vendetta), un vecchio che forse non è un vecchio, un vecchio che ha il volto della sofferenza, deve esser vecchio perché deve portare su di sé la sostanza della sua condanna – la condanna della possibilità senza isola –  eppure condensa tutta la vecchiaia di mille ere, un vecchio ma non troppo che era entrato nella folla come si entra in una chiesa mille volte profanata, per addolorarsi al suo calore artificiale e vuoto, al calore fasullo della folla, vuole approfittare di un evento che nemmeno lo sorprende. Ma è troppo stanco, e conosce troppo le sfumature della violenza su se stesso per poterne esercitare. Non riesce. E’ l’unico strappo che la Vendicatrice farà alla regola: compassionevole, con una mano sulla sua testa, lo rassicura. Lui entrerà con tutto il suo corpo vecchio ma non troppo, vecchio solo per troppa comprensione, in un trofeo già morto. Così le sue labbra si chiudono ferme intorno al suo cazzo, vecchio ma non troppo, e le sue mani si chiudono dolcemente intorno alle sue palle, vecchie ma nemmeno tanto, per lasciare che lui possa per una volta godersi il dolore del mondo senza farne parte, è uguale gettare i cani in pasto ai cani e il trofeo già morto una di loro una qualunque aspetta in terra, per accoglierlo con tanta ospitalità quanta non ne avrebbe mai avuta nella vita.

E’ allora che si apre una crepa nella terra per ingoiarli tutti.

Fine della Fantasia


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