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non avevo una pala

19/04/2009

Then I killed my doctor

I said, “Physician, heal thyself:

You’re in no position to heal thyself

You’re no position to kill yourself” [coil ]

Per Chris il trauma era così denso e intricato che andava a scontrarsi con la ben differente complessità del mondo, un po’ come succede quando una luce fortissima si infrange contro una pietra preziosa molto grande.” [D.C.]

Da verbali:

 

–          Quanto tempo sei rimasto seduto accanto al suo cadavere?

–          Circa un’ora.

–          Le parlavi?

–          No. Era morta.

–          Pensavi a qualche cosa?

–          No, niente di particolare.

 

 

–          Pensavi di tornare ancora una volta?

–          Sì, una volta decomposta, sarei tornato per gettare le ossa nel fiume.

–          Perché non hai gettato il corpo nel fiume la prima volta?

–          Mi piaceva molto.

–          Perché non sotterrare il corpo?

–          Non avevo una pala.

–          E se dovessi rifarlo?

–          Mi piacerebbe trovare una grande fossa per metterci tutti i corpi, così starebbero tutte insieme.


E si stringerebbero sarebbe commovente, o sarebbe ordinario? Sarebbe come una riunione alle lezioni di cucito, sognerebbero se stesse in una mensa dei poveri con le cuffie bianche, sognerebbero di abbattersi su uno scoglio? Terrebbero ciascuna in mano un piede nudo dell’altra, senza parlare, annientate dall’ipersensibilità della pelle quando viene circoscritta al più banale dei gesti? Si cercherebbero nei campeggi estivi? Una di loro comincerebbe una storia e l’altra continuerebbe parola dopo parola, intrecciandosi le mani sulle rispettive lesioni giocando sottovoce a chi ha il livido più grande, larga isola striata, finalmente un po’ di colore sei troppo bianca ora con i lividi va meglio. O si guarderebbero con diffidenza? Forse alcune scenderebbero al piano inferiore, nuotando tra i corpi ammassati, infilando le dita nello slargo di alta marea, risacca e foro dai contorni mai abbastanza netti, procurato da armi di fortuna, come ferri da calza e bottiglie prima spaccate su una pietra, spiandosi attraverso? Togliendo con delicatezza uno a uno i punti che hanno sigillato gli occhi delle altre, per scoprire poi che aperti contengono ancora la vecchia paura di vivere, ancora! Sarebbero in fila in autostop perenne su un’autostrada, invidiando l’una i capelli friabili dell’altra i loro vestiti leggeri imbevuti preventivamente di sole e benzina, aspettando l’autista definitivo che arriva con una stazione country i sedili appena sporchi ma in fondo rassicuranti carte di snack al cioccolato sul cruscotto una grande bibbia nera vecchio stile nel vano portaoggetti in un mezzogiorno ardente così caldo che la strada ondeggia come nelle allucinazioni da grand canyon. Lui che tagliandole a pezzi chiederà a ogni singolo pezzo di essere perdonato, muggendo, grugnendo, ululando, maledicendo, ascoltando le tremila voci di dio che si rincorrono in fuga barocca ciascuna ordinando un’esecuzione più raffinata, un movimento in direzione diversa, ciascuna imponendo una diversa precisa successione di gesti, ciascuna chiedendo un rituale più semplice, ascoltando le voci dei pastori che dipingono quadri fumanti e stringono il culo sotto i paramenti e vorrebbero far parlare la frusta invece del nome di dio forse dio è una frusta che ci ricorda la nostra qualità primaria di animali non ve lo avevo già cantato? e sbigottiti dalla propria immaginazione e, anche, le voci degli istruttori sportivi che singhiozzano di notte paralizzati in una carezza inattuabile sulle riviste per adolescenti e sulla copertina un bambino con un berretto da baseball e i segni di guerra dipinti con i gessetti colorati smaniando, ruggendo, percorrendo a grandi passi e balzi i tre millimetri che separano il permesso dall’interdizione solo in sogno e degli insegnanti che parlano ai primi dei primi banchi e intercettano gli sguardi di fuga degli ultimi degli ultimi banchi, e fuggono con loro senza poter essere complici ma spettatori soltanto in un cavalcata meccanizzata attraverso i vetri, e le voci dei farmacisti che consigliano cateteri di ultima generazione e spiegano la dinamica e spiegano le cose che non sono nei libri illustrati e dei droghieri che si passano la lingua sulle labbra e delle domestiche rinchiuse in solaio con uno straccio in bocca a osservare una singola striscia di luce che raccoglie polvere dal pavimento, in un calderone in cui tutti parlano, gli animali da pollaio, gli alberi, le cucitrici, le piogge torrenziali, e di tutte queste voci non sa che farne, e ogni pezzo dovrà stare ad ascoltare la leggenda vera o imbellita di sua madre catatonica a cui lavano la testa, di sua sorella che esce dal bagno aggrottando le sopracciglia, di suo padre gonfiato dall’acqua dei fiumi e risalito a galla qualche mese dopo in un bivacco di pescatori della domenica, di sua nonna luterana che sputava salmi insieme a pezzi di cibo nella cena della sacra famiglia che brandisce pezzi di cuore su forchette e ogni tappa del pasto è un pezzo di cuore che sussulta di umiliazione e scompare e infine non resta che un cuore ritagliato su un quadernone a quadretti e incollato sotto la camicia per simulare l’organo prima di andare a scuola, che gli altri non lo scherniscano lanciandogli proiettili di cartoncino, mozziconi di sigaretta e attrezzi da disegno tecnico che non dicano: a quello manca il cuore! Gli batte dentro una grancassa da pagliaccio! Fa ridere! ah! ah! È festa oggi?

lui mi dice, con il grande corpo caldo imbevuto di alcool che respira accanto al mio è il mio corpo ma ora sono io perché è suo apparentemente immobile però vibrante come una montagna incrinata: devo prendere le cose per l’epilessia. prima aveva detto: devo andare in missione a vedere se una ha deciso di farsi fuori, ed era andato. poi dice improvvisamente: stella. ed è come una carezza lievissima su un ginocchio a motore,

e la ferita che è stata aperta in piena notte sanguina gaia come una calamità naturale finalmente messa a tacere finalmente messa a sbraitare come vuole sempre sommersa, sopraffatta, segregata, fradicia, celeste, dronica,

di nuovo annientata a ogni giro di ruota, aspettavamo di essere ancora sotto tortura, a strepitare dentro e fuori dal consentito dal convenuto perché non abbiamo bisogno di patti preventivi e non abbiamo creduto a nessuna delle loro promesse e facciamo a meno delle trattative e ci siamo già inginocchiati a leccarci via i vetri dagli occhi facendo a meno delle lenti a contatto cercando di crepare tra le esalazioni mentre i nostri pensieri evaporano finalmente e restano solo suoni

questi scampoli di carnevale che volete darci all’ora delle medicine all’ora consentita li rifiutiamo per principio, queste modeste consolazioni non fanno che esasperarci non fanno che ulcerare le zone già a rischio noi vogliamo essere pestati, presi a sprangate, sciolti in combustione, arsi vivi, rimescolati, atemporali, barellati nella fanghiglia della parola a sguazzare senza la condanna del ricordo, eppure sapendo tutto, vieni per la prima volta

Io pensavo ancora a quella cosa di aprire la gabbia toracica di uno per vedere come è fatto dentro.

Pensavo inoltre allo stupore che sperimentiamo più o meno da bambini, della prima volta che ci esce il sangue dal naso per una pallonata piovuta dal cielo e inconsapevolmente impercettibilmente apriamo la bocca per sapere che sapore ha invece di asciugarlo e qualcuno ci si fa addosso con tamponamenti e fazzoletti e teli matrimoniali e asciugamani ma è troppo tardi perché abbiamo un dente stellato dalla nausea e dalla meraviglia e ora sappiamo cosa siamo quella fornace che va a imputridire, quella fornace che cerca di brillare contro la biologia, ancora, ancora e ancora. Se tutto è già stato detto vogliamo utilizzare ossessivamente solo le parole che ci piacciono e ripeterle fino allo svenimento: la preghiera del nostro ospedale che dovete imparare contro la vostra volontà, una preghiera che serve a profanare i vostri sonni artificiali.

Disse: collasso, sgocciolare, firmamento.

Disse: sociopatico, lui il folle, disastro.

Disse anche: è così che avviene.

Disse: venerare, sommossa, rivoluzione, guardie stellari private del senso del tempo.

E rispedisco anche al mittente la pubblica sicurezza, che lo sappiano, non voglio le loro coperte militari i loro consigli funesti le loro attenzioni le loro voci pacate, noi siamo i paramedici alterati che guidano contro la terra che si apre e si scalfisce a costo di finirci dentro e farci largo mangiando terra e farci spazio vaneggiando di chiese sotterranee non le loro chiese ma le nostre e i miei paramenti vescovili viola e rossi e illividiti là dove la carne è stata tracciata a legacci vanno stracciati e appesi alle finestre come segno che stiamo arrivando, devono saperlo e tremare nelle loro utilitarie

e ogni pezzo di quelli tagliati con precisione da colui che ha bisogno di guardare un pezzo alla volta perché ha troppe voci che gli parlano contemporaneamente scivolando dall’orecchio all’inguine  secondo me ha dovuto ascoltare questa lunga storia, prima di rendersi conto di essere tagliato, inciso appena con i denti e sistemato con cura con diligenza alla latitudine esatta, ogni voce raccomanda una postazione ignoriamo quale sia la migliore per assistere alla parata.

Si racconterebbero come sono state uccise se l’ultima parola che hanno pronunciato è stata merda! Oppure no! Oppure dio! (Dio? No Dio.) o credevo che fosse diverso scintillante o non così – e come allora? Di fronte a una lavanderia automatica con il bucato caldo e asciutto in grembo che poi diventa zuppo e appiccicoso insieme alla granata che ha fatto del corpo un detonatore, la guancia aderente al marciapiede la bocca scollata che bacia il marciapiede e i piedi in aria e la guancia a terra, una posizione atletica tutto sommato, le Olimpiadi della morte, io porto la fiaccola per rischiarare il cammino, vieni con me o scommetti dagli spalti e scommetti a perdere con il tuo patrimonio di piccole cose crudeli sepolte nelle piccole e grandi arterie, scommettere bisogna – gli esecutori con gli elettrodi li ho tagliati a pezzi con forbici da cucito e altri oggetti che mi capitavano a tiro non devono osare, non riuscirono a toccarti e una larga luce estatica fluttuava a partire dai fili tagliati contro le loro facce atterrite, le loro ora, e poi sperammo di volare attraverso amazzonie imbastardite, vegetazioni della mente con lampadine scoppiate. ma fu impossibile.

Come nella nostra natura di strateghi incapaci senza diplomazia capaci solo di calci scoordinati ma piazzati bene, perdemmo perfino l’imperdibile inventando nuovi modi di perdere perché sapevamo solo solo esigere e provocare perché qualcuno ci prendesse a calci, la terra ruotava in una rotula e le nocche picchiavano sulle spalle ma i fantasmi non si giravano mai oppure si giravano lentamente e sillabavano senza voce: troppo tardi, o non ancora. Volete il nostro amore messo all’asta, volete alzare le dita rattrappite per il segnale dell’acquisto, togliete prima gli anelli che non significano nulla, smettete di fidarvi delle piste di atterraggio e dei simulatori di volo, non coprite gli occhi dei vostri bambini quando il gatto è stato schiacciato dai camioncini dei gelati con larghi segni di frenata ricordatevene anche quando siete incollati alle cose soffici e a quelle dure che ci portiamo dietro l’orecchio come una goccia di profumo improvvisata, tutto ciò che amiamo morirà. Che cosa bisogna spiegare: che non vogliamo immolarci sui loro roghi, né essere i loro martiri piagati, che vogliamo le nostre piaghe disegnate secondo i nostri contorni precipui, che NON! SEI! UNICO! NON! SEI! SPECIALE! Calma, stai urlando, stai urlando, allora, cos’altro c’è? Non capite la nostra lingua? Parliamo una lingua troppo semplice? Cosa dobbiamo fare ancora? Attrezzare l’ospedale? Dobbiamo fare ancora party crashing? Effettuare migliorie all’equipaggiamento? Disfarci del tutto dell’equipaggiamento, meglio? Io li ascolto, raggiungo l’ospedale, mi muovo con mezzi provvisori, preparo e lucido le spranghe e voglio lasciare segni senza senso sulle vostre carrozzerie immacolate perché vi chiediate qual è la chimerica equazione amorosa che guiderà le vostre vite, raccolgo le loro parole per farne esplosivi per le vostre opere di carità, per le vostre museruole insufficienti, per la vostra ilarità inopportuna. Ciò che vi è di più tragico di solito vi strappa una risata.

mentre noi vogliamo ridere solo il riso del folle che lo mescola al pianto indistinguibili

 

Che altro? Dobbiamo leggervi il manuale?

 

• La perforazione elettrica

• La perforazione pneumatica

• La perforazione idraulica

• La perforazione a motore

• La perforazione manuale

 

Che altro? Dobbiamo far suonare radio metempsicosi direttamente nei vostri fasciatoi, io la ascolto voi la ascoltate abbastanza? nutrire i vostri figli con il racconto della vostra paura ammaestrata a fare da scimmia nei nostri circhi, volete il nostro circo equestre sparato nello spazio come uno spettacolo a dieci dimensioni?

la parola umana è come una caldaia incrinata su cui battiamo musica per far ballare gli orsi, quando vorremmo commuovere le stelle, eh? flaubert? Ciò nondimeno eccole commosse le stelle che operano nell’orbita non ancora classificata da strumenti sofisticati di registrazione, i commossi, gli orsi, le stelle, fosse anche solo per estrarre un singolo gemito da uno strumento scordato, fosse anche solo per essere inghiottiti per cinque minuti e circumnavigare le fosse delle sovrastrutture, o per essere calpestati dalle offese del tempo per non essere riconosciuti infine perché c’è troppa neve, per essere l’arrampicatore e il rampicante, il muro e quello che vi aderisce sentendo con la fronte la concretezza di un limite di pietra, il dinamitardo e il disinnescatore, il corpo fottuto e quello che fotte, il tassista e il coyote, la stanza d’albergo e gli oggetti che ci guardano dai teli protettivi come reperti di un futuro già perduto, il motoscafo che conduce e quello che porta via, la cava di pietra che si assale con uno scalpello così delicato che le rompe in un istante e lo scalpello che sente un briciolo di pietra cedere con uno scatto da centometrista, le piazze metafisiche gremite di suoni indecifrabili a notte alta e la misura oscena della folla quando è più inclemente, di giorno pieno che ci violenta gli occhi con la propria incapacità di cambiare direzione,

fosse anche per un solo spasmo e basta

ma lui fa il Salto con la Corda maledizione, che lo ha fatto, e malgrado questo, tutto ciò che declina continua a produrre a procedere a marciare come una pestilenza truccata male, un messaggero di morte di questo occidente travestito da squillo di lusso, vedi, il fatto è che gli operai sono stati assunti a tempo pieno per sistemare tasselli di terreno là dove è venuto a mancare sotto i piedi dei respinti, così che non sembri che la terra è fottuta, e mettono anche grandi specchi speciali agli angoli delle strade che restituiscono riflessi così che anche chi non proietta ombra possa credere di averla e i pesi piuma sollevano i calcinacci del giorno come pesi per l’allenamento notturno, un uomo con un’ala d’aeroplano incassata nei denti spazza il palcoscenico, una donna con una carrozza ferroviaria nello sterno dà la cera e la testa-forno pulisce in eterno il forno in cui si è fatta saltare (la testa), dopo aver indossato un vestito che coprisse le gambe restate fuori a scalciare, sembrano sollevati dal poter pensare, sono la manovalanza delle morti accidentali, il proletariato delle morti solenni, hanno ferite indecise in zone del corpo estrose e poco conosciute, gravitano in mezzo ai vivi chiedendo informazioni, l’ora, se possono contribuire alle parole crociate, a che ora chiude la metropolitana, se sono stati amati qualche volta, anche se è giorno io li vedo chiaramente con una stella in fronte come i puledri d’allevamento destinati alle mostre di bellezza tendere la mano ai vivi irragionevolmente convinti di partecipare e vincere, verifico la materia elementare a mani nude la calce viva dei denti con un dito, esploro gli universi buchi neri e nane bianche e stelle di neutroni a comporre l’Acquario anche se è giorno sempre è una larga notte rotta in punti incostanti, una mappa d’azione tempestata di cifre luminose da elicottero che muta ad ogni sguardo, registro con il sismografo delle mie vene quanto a lungo può ancora scorrere il tuo sangue sotto la faccia smorta del mattino, sono le variabili delle tue parabole notturne in caduta libera, quando trattenendo la tua bellezza storpia per le redini, inizi una lotta all’ultimo tacere

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