Skip to content

“non svegliarti”.

19/04/2009

alle oltre quattrocento specie di insetti che colonizzeranno volentieri e sistematicamente ogni regione azzurra e cupa del nostro corpo;

alla distesa di uova di larve che aspettano di imbiancarci le cornee affondando dolcemente nel villaggio cadavere che vivrà sotto le loro legislazioni semplici obbedienti al nutrimento graduale,  stadio per stadio, interrotto solo dalle torce della polizia-pulizia in giro di perlustrazione ferme sotto un canneto;

allo splendore imperiale delle vetrine infrante dai barboni e dei ragazzi a pagamento delle periferie americane che cadono lentamente dal cielo al rallentatore e ai loro corpi adatti alle manovre di sfondamento e scagliati altrove con musica d’archi finchè non resta che un alone splendente del loro passaggio sul vetro a prova di proiettile e una macchia di pianto su un completo affittato da tremila dollari al metro;

ai macchinisti pagati da nessuno, che irrompono in piena luce con le loro macchine aguzze buone a farci spurgare anche le sillabe, bravi a inseguire piano delle cose di dolore per riciclarle in nidiate di falsa speranza, incalzandoci alle caviglie con pistole elettrificate all’ultima moda ridendo ogni volta che ci rialziamo ci lasciano correre qualche passo in là per scommettere sulla qualità dei nostri garretti e quel cavallino macellato corre più forte di tutti verso la quinta la sesta base e salta in aria proprio sul limitare dello stadio illuminato a giorno e l’anfiteatro esplode in un coro di bestemmie musicate dall’angelo russo, quello che vive nel bicchiere, e ti leggo accanto alla finestra di come siamo morti tutti ma spegni la luce quando passano, che non ci prendano prima della fine della pagina, e i guardiani si fermano a pisciare sull’arcata sopraccigliare disegnata a rasoio di una sacerdotessa di las vegas che li riceve impassibile con la pietà di una puttana e ai guardiani ai guardiani

che batteranno le piazze a gola scoperta e azzannata, lasciando cadere a terra le motociclette e i carillon alle finestre che pulsano nascondendo omicidi solo immaginari con cucchiai da minestra, quotidiani del giorno dopo, prodotti per la manutenzione, falciatrici da giardino e sciroppo per la tosse per la tosse dei figli che dormivano al piano di sopra e non hanno sentito che uno scoppio di arterie e l’isteria dei grandi trafitti dalle frecce selvagge e composti sul divano in una scultura infartuata e lievemente tossica, serena come i ghiacciai dei documentari;

alle cordate di eterne affamate eterne facce che ci circondano, alle loro pelli alogene che splendono alle fermate, alle loro ferite da saltimbanchi nascoste dalla disidratazione, alle loro nature morte ritornanti che camminano in cima ai pali della luce in processioni rivelatorie, che assistono alle sponde della battaglia circolare, senza entrare in guerra, raccogliendo i resti come i cani dei guerrieri sotto la tavola sotto la barricata esplosiva e questa viene mandata avanti a morsi ghignando e ingoiando denti spezzati quando capita;

quando l’ultimo dei dormitori sarà battuto all’asta,

ai veleni che toccherà comprare al mercato nero in cambio di organi, per darne da bere alla persona che.

“non svegliarti”. fammi fare a tempo. Per favore. La sua pelle e i suoi capelli vivi o morti almeno in una bara di cristallo perché biancaneve sì e lui no, lui sì, ti prego, lui no. Lavoro frenetico di assi e chiodi e sciogliere le stalattiti dalle caverne per farne forme, una lacrima di sudore dalla tempia ed è lavoro perso, febbre ostinata e accelerazione dei pianeti e sono fabbro, artigiano, cosa delle miniere, che riemergo dalle cavità della terra con il cristallo liquido stretto sulle ginocchia per non perderne una goccia e. nel frattempo l’intestino gli è già esploso addosso come ultimo dono nuziale e non mi resta che una gelida distesa bianca neve. spruzzata di merda.

alla sostanza temperata della tua disperazione, al clima iperbarico del tuo bisogno, al silenzio industriale delle tue soste, alla tua imprecazione quando è più muta.

all’alternatore di corrente che mostra i denti, agli impiegati di banca con le mascelle serrate ai tubi di scappamento mentre volano assegni definitivamente a vuoto dalle banche spalancate e giochi di luce di alberghi indiani  delle mille e una pista e  i direttori cascati su un’isola con una valigia di cocaina si mangeranno piano prima il dito, poi il braccio, poi la gamba destra poi staccando piano la sinistra in lacrime batteranno la terra con l’arma improvvisata maledicendo le compagnie aeree e l’inflazione dei sentimenti battendo la testa superstite contro i tralicci per cavarne opere liriche e una nave all’orizzonte ma è troppo tardi, e muoiono a muso infarinato euforico uno di loro più lontano ancora e inconsolabile può immaginare lo spettro di sua madre che chiude la porta in radica dell’ufficio principale e illumina la strada per la morte vestita da dea della giungla in pelle di animali nuda splendente sotto e sopra dorata che si muove a un metro da terra come nei film muti e ha i serpenti nei capelli le mandibole illuminate dal di dentro come le falene e le mani dalle capacità prosciuga-febbre e spalanca le vie respiratorie con il sorriso che si trasforma in malformazione congenita nel giro di una riga, le apre soltanto per chiuderle come un’imposta la mattina di domenica non è nulla, sei malato, dormi ancora dormi sempre;

al riassestamento dei pianeti nella sua voce, al suo crudele deve essere, alla compostezza piramidale con cui traccia linee misteriose dall’orecchio alla gola simulando il taglio, alla vacuità delle sue simulazioni, alle promesse non mantenute delle vasche da bagno con il compiacimento a strisciare sul soffitto, alle infinite promesse delle sue tante morti che non avvengono mai, all’elogio funebre in cui dimenticheranno di menzionare la pompa di gomma conficcata nella trachea e la rivista di scarpe aperta sul tavolo e la semplice verità del colpo di fucile in cui esplode la testa di un camionista seduto al posto di guida con le vecchie foto nel portadocumenti ad applaudire, l’uomo-mosca appoggiato sui talloni in cima alla carrozzeria del bianco e nero smagliante dei sogni profondi;

agli orfani prigionieri degli istituti di correzione che si riscaldano alla luce dei genitori in fiamme, uno spaventapasseri di genitore che inizia a bruciare fondendo anche le mosche, ai loro inalatori per l’asma utilizzati come arma impropria, ai calcoli astrali che li condurranno in bagni pubblici, campi da tennis, camere di decompressione, parchi a tema, fabbriche di vernici, lettini sparati nell’aria in fiamme, pozzi petroliferi in combustione, a svuotare secchi di sangue di maiale in fattorie sperdute recitando salmi religiosi sotto gli occhi fermi di trisavole in gonne di cotone, a spazzare resti dello tsunami dal ventre della terra, a piazzare esplosivi rudimentali nelle piante dei piedi dei moribondi incatenati al letto, sbalorditi dai grotteschi crocifissi segnatempo che scandiscono le ore e le tende leggere piano al vento western piano sciolgono il pomeriggio assolato migliaia di frame al secondo

ai batteri dentiere frangivento che si impadroniscono delle armature, rivelando finalmente la loro qualità di second’ordine, facendo a gara con i roditori per raggiungere la fibra ultima e scoprire che è carne affacciata sul nulla, impigliati nei capelli delle sarte di bottega malmenate sotto il tavolo dai bottegai, un filo di bava costellazione infinita tra il bordo del tavolo e il confine del pavimento, si solidifica per un attimo a dimostrarne la debolezza e l’effettiva inconsistenza, il cucciolo di casa gioca nella pozza di bava appena stillata come nella piscina padronale e i convitati sorridono sotto i ventagli e le carte da poker e tendono le teste in avanti sotto una pioggia di meteoriti sotto una discesa di uccelli selvaggi sono le Furie che vengono a strappargli le parrucche e gli alluci e i calici di verderame i piatti da portata cadranno in pezzi in quel banchetto sventato e le metropoli illuminate ridiventeranno un bar texano con un vecchio portiere congelato nel ballo del liceo in un cortile eterno abbattuto dai tempi e dalle correnti;

alla cospirazione di atomi che mi hanno ottenuto ciglia bugiarde e armate, ossa rotte e ferocemente allegre, le labbra che anticipano la lingua, le anche incastrate in una geometria inventata dai seguaci di una gaia decomposizione accelerata, la fede assoluta nella violenza, al riscaldamento della crosta terrestre, all’abbattersi dei temporali sull’asfalto, alla parola decelerata che si condensa e si disfa in carezza, alla caricatura della vita che alimenta la caricatura;

all’ultimo dei chimici rinchiuso in bagno che si scompone in atomi da pistolero, cavalcando la fiamma con la bocca spalancata per urlare infinitamente moltiplicato in riflessi irriconoscibili,

non senza disporre,

in giapponese funerea eleganza,

ogni singola particella in un cerchio di fortuna.

al mio leoncino di pezza che a questo punto potè saltarvi dentro vermi e tutto

credendo che il fuoco e i vermi fossero un’invenzione tanto quanto il cerchio.


A tutto questo io dico,

di aspettare ancora un giorno


Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: