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that fastened to a dying animal

19/04/2009

crolla all’inverso la ferrovia nella simulazione della fretta, sta ferma la casa di riposo gialla come una malattia di fegato con le finestre senza tende. In “casa di riposo”, dunque dovrebbero riposare, riposano eccome nel minimo comune denominatore delle rughe, è lo stesso verbo della funzione al cimitero. Tutta la casa senza riposo trema impaziente al respiro di onda anomala che li percuote dalla pianta dei piedi nudi alle placche dorate nel cervello, qualche volta le loro gambe hanno uno spasmo come se potessero ancora scattare nell’urto di un centometrista ubriaco, un treno si ferma con il suo carico di deportati di lusso, alla finestra una vecchia faccia illuminata dal retro si indovina la nuca fragilissima si indovinano le ossa calcificate a destino, si vede bene l’aureola dissacrante dei capelli non acconciati gli occhi come spilloni che mi trafiggono, magia nera di capelli bianchi, sono quell’ affare di pezza creato dal giullare di Haiti, trasportato per mare in una cassa di articoli da poco, rallentare il passo, alzare il mento a ingoiare celeste oscuro dal cielo delle otto, farsi trapassare a braccia larghe incontrare quel viso scegliere di rallentare il passo subire il contraccolpo. Sempre bisogna obbedire, a tutte, e poi principalmente a quelle ispirazioni decisive

essere come una macchina da decapitazione decorata di fiori francesi lasciarsi squartare in due metà imperfette tenute insieme da uno stelo breve e tenace piazzare cuore e intestino sotto le fontane lasciarsi rimescolare il sangue essere una bestia ma è una legge durissima bisogna esserlo sul serio dal momento che si è scelto fare a meno di rassicurazioni, domare come un organo in più che causa strani pallori strani cedimenti il desiderio inspiegabile di una specie di fabbro vulcanico che faccia colare lava sulla faccia sbiadita del mondo, non c’entra con la vecchia, vertigine di essere al mondo, fare ciao con la mano. Lentissimamente il viso alza la sua, mano, e incredibile, risponde.

Su voi longevi quanto i condilomi e le ricadute influenzali, che riproducete voi stessi in minuetto, che vi mordete i polsi nell’antibagno della vostra pigra anima pomeridiana da cocktail, io non posso lanciare che petardi da bambini invece di bombe a mano: ugualmente senza soprassalto vi brucereste le sopracciglia al fuoco della vostra certezza, mentre pezzo a pezzo vi fondete allo spiedo all’ora del vicinato ostile. Le ustioni, no, che non le meritate: quelle, a noi soltanto, una sulla gola da nascondere con un colletto amletico, una sull’inguine perché ci si ricordi che si brucia

Su voi che mi date prurito, mal di stomaco, conoscenza delle armi, rifiuto degli atlanti, riscoprire la compassione perché soffro della vostra inappetenza della vostra tendenza a diventare mausoleo e scavo archeologico mentre ancora contenete una quantità di sangue insperata sei litri di possibilità bisogna camminarvi sopra come su una scala mobile a condizionatori spalancati e boutique negli angoli, tu non riesci a concentrarti solo perché non ci si può fermare su questo immenso tappeto di carne malandata che voi riuscite ad essere semplicemente rifiutando voi stessi ogni minuto anch’io ho paura che cazzo credete ma avete urgentemente bisogno di un clistere mastodontico avete forse bisogno di piantarla di sottrarvi all’impatto voi che non voglio colpire negli stinchi, perché non distinguo più la geometria dei vostri corpi se ce n’è mai stata una, che con la sola debole forza numerica riempite la strada di vegetazione che c’è da farsi largo a colpi di machete, nelle vostre sabbie mobili io scelgo di affondare fino a metà coscia e poi scatto in avanti se riesco. Perché, perchè davvero nell’intrico che sembra complicato c’è un animale semplice e balordo, che dorme con un occhio aperto e il culo a nudo e le mascelle piallate a calci: a quello io tendo, i suoi polpacci stridenti e i suoi occhi che si velano per non mostrarsi più dolci di quanto già non sono le sue imperfezioni cantano come un branco di lupi in estasi si muove così piano che non riesco a capire perché non lo raggiungo facilmente è grande ma per accarezzarlo bisogna prenderlo alla gola e stenderlo con il karate della morte con l’ultima istanza con l’avidità del condannato senza appello è sufficiente ma costa veramente, ci vorranno molti giorni per recuperare, soffrirete moltissimo prima, durante e dopo, come è naturale, ma i vostri conti da bottegaia appendeteli in cortile, non c’è altro.

Una sulla tua ferita perché non voglio curarla. Un’ ustione.

Io tendo all’animale che fa un balzo in avanti sempre uno più di me e tendiamo a quella bestia che rifiuta di morire compassata al buio dei vostri salmi nelle vostre miti cerimonie, alla compagnia dolorosa delle vostre solitudini preferiamo la solitudine dolorosa delle nostre, MEGLIO, ma in guardia,  se riusciamo a liberarlo contro il cielo del pomeriggio, se fosse sguinzagliato a bave e guaiti imperiale come un cazzo in tiro tiepido come l’ultimo batterio di sole che colpisce a fondo contro i muri, da venirci voglia di strisciare ai lati invece di battere la via prevista se potessimo afferrarlo per il tempo di fargli assaggiare i vostri guanti di lattice di cui riderebbe come un selvaggio di fronte alla diplomazia se potessimo condurlo come un cane rabbioso tra le vostre stagioni della semina dettate dal calendario del successo a cottimo se potessimo indovinarlo con un’autopsia leggera marchiato a fuoco acciambellato intestinale dentro la vostra nudità rivestita come sapete fare voi come fate ad essere vestiti perfino da nudi se potessimo nasconderci dietro i suoi denti nelle sue mandibole sotto le sue unghie e osservare da vicino quanto vi strazia come vi strazia

Una sulla tua risata intagliata ad artigli di bestia nelle guance perché racconti come è andata. Era un motel incendiato bisogna scappare dalla finestra lasciare tutto com’era e come non sarà certamente come nella sola morale che conosciamo che è un colpo secco mentre quelli giocano a roulette russa al piano di sotto. Solo una strinatura. La pelliccia al caldo. Difendo il tuo animale morente perché possa morire di sola estasi e ad ogni morte invocarne un’altra più forte

e se fosse costretto a suonare le vostre viole i vostri strumenti accordati cosa vi aspettate, distruggerebbe il legno a morsi per il solo gusto di far musica con gli umori e le sconcezze del linguaggio se fosse messo a regime sui vostri soffitti ecco che crollerebbe, pesante e oscuro, sollievo pesante e oscuro sui vostri giorni troppo poco solenni, come un lampadario regale, prendono fuoco i capelli dei suonatori a pagamento fuggono le piattole si destano i domestici ubriachi dal pavimento delle cucine, più morenti, morenti animali, vogliamo essere solo l’animale indifeso non il vostro essere umano sulla difensiva vogliamo perdere in anticipo perché giochiamo con carte giocattolo non ho più anticorpi, la scienza su questo non parla chiaro, sono felice solo a nuca bloccata se la sua mano è abbastanza determinata e ha un buon odore, ma è già perduto. vi temo sì, vi temo immensamente perchè le vostre orecchie non circoncise dormono sotto i cappelli da freddo polare vi temo perché fate il freddo polare dove c’era soltanto sete e arsura eppure temendovi vi scruto per comprendere in quale gabbia lo avete sistemato in quale sauna lo esibite a biglietto ridotto per aprire quella scatola di dolci da poco in cui lo avete esiliato mentre eravamo colpevolmente distratti mentre eravamo incolpevolmente addormentati mentre la nostra carne crepitava come un fuoco di puttane al freddo mentre ingoiavamo quell’ attimo di luce nel cielo istoriato di lanci pollockiani a getto continuo mentre esercitavamo involontariamente la tenerezza delle bestie e lasciarlo balzare fuori, anche se dovesse divorare noi per primi.

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