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we will taste the islands and the sea

04/05/2009


tra le esplosioni in differita sul canale senza zeri, quello là: un po’ più al centro, dove si assopisce stralunato l’animale, cosa è stato? scarcerati dei vestiti, su una highway inventata senza numero al cartello, con ai lati grano giallo, color livido su zampa, ammaccato di cadute, con gli shakers a lavoro sulla trance da schiavi pazzi di un grottesco falegname, barba e baffi rasi al suolo dalla bomba nucleare, spazza via le fusoliere e l’atomica cantante: si procede da sbilenchi, mezzi fuori, contro armate scanzonate: cavalieri donchisciotteschi a tre cavalli, uno sordo, uno muto uno ululante mutato in cane guida per il cieco le cui dita sono gli occhi, senti qui: fa il giaciglio in vecchi treni, nella parte delle merci, sotto il sole sfilacciato, sventa trappole sapute, risapute: scalcia osceno in controluce, chi sta sotto a nascondino? Finalmente a testa in sotto, capovolto, ma di nome: scie degli aerei in terra e segni di motori ardenti in cielo, la traiettoria dei nostri passi a gesso fermo, disegnato senza briglie: come, ancora? È il tuo o il mio? Và in convento! Moscacieca del perdono: è deciso, lo perdonerò integralmente della sua bellezza abusiva. In un convento, và. E subito anche. Che cos’altro? sotto ettolitri di pioggia sciroccata si fa presto a diventare un vecchio film in bianconero più sgranato della stanza che non vuole alcun colore, l’antisogno! si rifiutano anche gli occhi di indossare il parasole delle ciglia, sguardo in alto! Sullo schermo quella bionda azzurra e bianca si toccava a suon di rose, un lungo stelo dentro il sogno: con le spine, tanto meglio, se lo spirito si azzuffa con il corpo è tutta colpa di una voce: la preistoria che finì con la scrittura? Me ne sbatto, con due pietre per la mano preferisco fare luce solo poco in una grotta, scrivo a mano sulle mani: non si legge? Non capite? È solo colpa di una voce che ha smarrito il segno inciso: troppo sangue per la carta… se restasse  poi uno straccio intricato nella tasca, decifrato dai più semplici, e per me soltanto il caldo di sfintere e tenerezze. per voi marchi da bestiame, e per me anche; su le maniche però, che si veda rosso e bruno, il catrame del pensiero: che gran povero in disarmo, carburante da straccioni: malanotte, vecchio storpio, tessitore da due lire: sempre a spasso in calzoncini da imbecille, è poi il pensiero; e quel gran re che è il corpo intero, sotto i calcinacci tonti delle nostre lingue zoppe, si dilata per far caldo – da crepare assiderati, se per distrazione lasci – trovate fiori che siano sedie       la mia fame son pezzi d’aria nera         il suo cuore ambra ed esca – lui divora, il suo sangue bello liscio, come un morbido ostensorio soddisfatto, infinito commediante non finito, così caldo che fa giorno, abbagliante troglodita, beve e dorme, gratta e ascolta

bukart

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