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nel cuore e nelle arterie dei cani

20/05/2009

qualche volta, accade che siamo in campo di M blu, ovvero si andava io e il Joker, il sociopatico rovente, in scampagnata per le nostre Canarie oscure, gli emisferi rovesciati in controluce. E l’una cattura con le dita smaltate il principio, lo sproposito, le veneri a sonagli che si avvitano lungo i polsi: dolci unguenti da ricovero, presto un bendaggio occlusivo – non occorrono infermieri! – e sotto certamente, quella che chiamate anima, surriscaldata. E l’altro pialla il dorso degli alberi a calci e fogli scritti a mano a intaccare i panorami demenziali, un indovino in fiamme che leggeva il suo futuro a un sasso, senza laser né giunture al loro posto, un folle saldatore a raspare nel regno a venire. Di queste strane conversazioni telepatiche, pure loro tutte da venire, non resta che la strana convinzione di aver dormito svegli, con un occhio aperto sulla soglia di un fienile, e il fucile sotto al culo mai esploso, che c’è solo un colpo e non vale i ladri di galline dai calzoni rattoppati, come se l’una avesse rotto un bicchiere. e forse l’altro una bottiglia intera, sulla cataratta da pirata di uno sconosciuto ubriaco incontrato in lavanderia, e il rumore dei vetri fa la musica e la musica la ascoltano dall’ incrociatore planetario che traduce l’accaduto. Non occorre raccontare, finchè quello produce quel suono dilatato. Quanto all’isola, sappiamo, senza libri, che è una prigione folle in cui si divorano antropofagi melensi, piccoli chimici smemorati. Noi stiamo a contare in cima a una pianta, sentinelle dell’impero. Per esempio, che ho lottato contro 5 scarafaggi, 4 deboli, storditi dal sole del balcone, turisti transatlantico soffocati dal desiderio, ma l’ultimo! Un eroe. Mezzo affogato nella polvere supermercato a momenti mi rideva in faccia, pancia in su e a gambe larghe sibilava: cazzo credi! Che rinvengo. Stiamo qua a guardarci sgambettare. Io e lui in posizione da combattimento, elastici guerrieri. Lui peggio, dignitoso a quattro, o otto zampe all’aria. Con quell’aria da martire del Baygon, sapete. Dura un’ora! Chi fa prima? Tocca a me, ma stronza (dolcemente, mi figuro). Finirà, che non hai in mano il ritrovato, quell’affare, e magari sono a un metro di vantaggio, nero e vermiglio, e finisco per mangiarti, tutto il piatto no di certo, ma una guancia… una porzione di labbro o mezzo fianco. Vaffanculo a te e al tuo nebulizzatore per signore. Velenoso, ma è un dettaglio. L’ultima notte sulla terra su una nave da crociera in pulsazioni luminose si affondava piano piano e c’era il tempo di cercare ponti da saltare con i mezzi rivestiti solo di scintille, il Joker  a sorrisi squinternati e a porte aperte con un piede sul volante, un saltimbanco appollaiato sulla spalla sparato su dal tetto anteriore in campo lungo, la Musa segnava i punti sulle ferite, con la lavagna magica ripiena di sabbia che si cancella ad ogni gesto. Morti e feriti cadevano elegantemente in un quadrangolare tennis Midwest, campioni di lotta greco romana piombavano silenziosi da sovracoperta, due reginette di bellezza cadevano allacciate, sorprese nel capriccio di strangolarsi.  Passano anche delle ore e guardo il giocatore sociopatico, raskolnikov più aspro, mentre gioca alla sua vita in astronave. Il Joker ha un tiro preciso, capite? sapendo di prendere il niente, come un arpione col niente alla gola. Quanto alla Bestia, Joker, noi pensiamo che  forse ora dorme. Anche noi ora dormiamo. Nel cuore e nelle arterie dei cani a Clarksville beviamo, e un cowboy schizofrenico, dita infinite e altre che si intrecciano,  ci ruba  lacrime in cucina.

townes&seymour

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