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“è l’ora dell’imbrunire, quando non si distingue più il cane dal lupo.”

26/05/2009

Da

Les nuits fauves

di Cyril Collard


[…]

La violenza dei miei selvaggi è contenuta, chiusa, stravolta, convulsa, ripiegata su se stessa. Essa è la loro criniera; là dove si può posare la guancia, là dove, inoltre, s’intuisce la loro forza.

[…]

Per poterci incontrare, noi ombre tra le ombre, bisognava che, oltre alla finezza dei nostri sensi tattili, distinguessimo dove si trovavano i corpi nell’oscurità del luogo infernale. Bisognava dunque che le ombre dei nostri corpi fossero più nere della notte stessa. Se era così, era perchè ognuno vedeva in un corpo concupito la cui densità di nero lo faceva spiccare sul nero meno denso dell’atmosfera, la proiezione del proprio corpo. Ma se vi era un’ombra proiettata, vi era dunque una fonte di luce, lassù, alla superficie. Questa luce, equivalente per me quella del sole, ci era donata dai fauve. Samy e quelli della sua razza splendevano. Simile a un Eliogabalo, io li adoravo.

Quando gli astri fauve tramontavano, quando i corpi ferini erano stanchi o assenti, le notti di perversione tornavano, cicliche. Ma loro, Samy e i fauve, avevano anch’essi il loro sole oppure trovavano il calore

nella luce che emanavano, e che io rimandavo loro riflessa? Vi era un punto di fuga verso cui si dirigevano, un apice al quale mi trascinavano?

L’orizzonte, per me, non era che una malattia. Su questa linea piatta, vedevo un’immagine di me stesso divenuto microscopico. All’orizzonte, io non ero niente più di un virus.

Ero ubriaco. Credetti di vedere il fantasma di Gottfried Benn venirmi incontro. Mi prese per la spalla, mormorò: “La poesia non nasce da un significato e non rimanda ad un valore. Non c’è nulla né prima né dopo di lei. È l’oggetto ad essere. “

Cercai di sottrarmi alla sua stretta, gridargli che lui non aveva nulla del poeta, ma lo spettro mi teneva avvinghiato: “La duplice vita nel senso in cui io l’ho affermata teoricamente e vissuta praticamente è una scissione sistematica, cosciente, tendenziosa della personalità.”

Venni via dalla festa, restammo indifesi. Samy vomitò sull’orlo del marciapiede. Io andavo a sbattere nelle macchine. […] Lo spettro di Benn sbucò dalla strada e mi gridò all’orecchio con voce stridula: “Vivere significa

fare un’esperienza vitale e trarne alcunchè di artificiale”.

odete_joao.pedro.rodrigues

Dalla vita io traevo una sentenza di morte. Lo spettro mi serrava con forza. Annaspavo per sfuggire alla sua presa. Un viso entrò nel mio campo visivo e si piegò sulla mia spalla: era Samy. Lui esisteva. Mi strinse tra le sue braccia.


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