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il boia dentro di te e la scure sopra di te

15/08/2009

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[…]

il pony Pontiac si dondolava sul prato mentre l’erba gli bisbigliava attorno alla groppa, la sella si era sciolta e batteva, batteva contro il fianco nero e scintillante come vernice. Correre nell’alta erba verde e con l’urlo di un dolore liberatosi all’improvviso e di una gioia penetrante, buttarsi al collo di quel danzante animale. Essere premuti nell’erba calda dell’estate da un muso morbido e dolce che pareva marcargli la nuca, il collo nudo, la fronte rovente. Perchè è sempre estate in questo sogno, la grande farfalla bianca volteggia tracciando una linea a volute sulle teste estive. E ora in sella, sperona Pontiac nel ventre, gli alberi del parco stillano gocce di sole, adesso vicino alle radici della quercia si vede quella palla da cricket che zio Jim l’altra sera lanciò lontano nella nebbia – ma perchè no, che resti pure là! Ecco, Pontiac ansima, la pelle abbagliante si tende sul cuore, sui polmoni, sui nervi, ma il ragazzo con il berretto rosso sulla schiena batte il tacco delle sue scarpe basse nel fianco del cavallo. Adesso Pontiac corre al centro della strada nel grande parco, la polvere nevica su per i suoi zoccoli, le tracce del calesse si snodano a tradimento da un lato all’altro, in una curva improvvisamente il cavallo crolla in ginocchio e la testa cade abbandonata sulla sabbia.

I figli del giardiniere, che stavano nascosti dietro la quercia, arrivano subito e guardano in silenzio cavallo e cavaliere. Un ragazzo e una ragazza le cui lunghe braccia, disoccupate come corde di campana, pendono verso il suolo, quattro occhi: membrane tese sull’odio, gli abiti rozzi e lavati troppe volte, con qualche difficoltà Lucas li riconosce come appartenuti a lui molto tempo prima. Non avanzano, continuano a guardare in silenzio il cavaliere e il cavallo morto, le quattro zampe del cavallo morto sono immobili adesso che i sussulti sono finiti e la polvere si deposita lieve su quei lombi che scintillano del sudore stillante quando il cavallo era ancora vivo. Tutto è immobile, e le ombre delle querce diventano improvvisamente severi pannelli neri incisi sulla strada, il mormorio del vento si ritrae, anche il mulino dietro il parco di cui solitamente si sente la pala zoppa, tace per una sua propria zoppità, la sottile strada bianca sta dunque davanti a lui e alle sue spalle, e di fianco c’è Pontiac, il cavallo morto. Il respiro dei figli del giardiniere ha steso un’ombra sul mondo, il grande parco ne è rinserrato, e le nuvole del cielo blu estivo e lo stesso cinguettio degli uccelli ne sono imbevuti mentre Lucas sta lì vicino al cavallo morto.

E per non essere lui stesso coperto dall’ombra, o per qualche altra ragione che saprà solo molto tempo dopo, si china e con il fazzoletto di seta si asciuga le scarpe di renna della migliore qualità. Lo fa molto lentamente, accuratamente, metodicamente: prima la lunga punta abbastanza affilata così da farla risplendere come un’alabarda al sole e poi fino al tacco elegantemente inarcato. Per tutto il tempo guarda rapito i piedi nudi dei figli del giardiniere, vuole vederli tremare, vuole vederne le dita scavare nella sabbia, sussultare impazienti e poi correre oltre nel parco. Vuole solo averla vinta sul loro respiro. Poi con la stessa cura intollerabilmente tranquilla si toglie la polvere dai pantaloni da equitazione guardando al tempo stesso le gambe dei figli del giardiniere nude e lacerate dalla caccia alle rose, vuole vederle ballare e rompere questa calma tesa – ma non accade niente di tutto questo. Le loro gambe sono tranquille come quelle morte di Pontiac. La polvere dei suoi vestiti cade leggera sul corpo morto del cavallo dove ora il sudore è asciutto, il muco del suo ultimissimo affanno già incomincia a essere invaso dalle mosche.

Per lunghi minuti non accade veramente niente. Sembra che i cani dell’ispettore forestale, le cui catene altrimenti tintinnano per tutta la contrada, non si muovano dai loro canili, non si sente nemmeno martellare nella fucina del castello. Sconcertato si sfila la corta giacca di velluto rosso, la fa volteggiare un po’ nell’aria sopra il cavallo nella cui morbida carne masse di insetti sinistramente silenziosi conficcano i loro pungiglioni, un fiume di formiche rosse sgorga dall’erba del parco come una vena aperta e attraverso il crine della coda, che di colpo ha perduto il suo splendore, si allarga a ventaglio sulla schiena e sul ventre rilassato. Sulle larghe maniche della giacca lo stemma della nonna paterna: un uomo che legge dei libri all’aria aperta, rose bianche su nude lame di spade, è lo stemma di famiglia. Per prolungare quei momenti decisivi, perchè forse di questo si  tratta, per diventare il padrone del respiro dei figli del giardiniere le sue mani indugiano un’eternità su ogni rosa e su ogni spada. Nel silenzio del parco non si ode ancora nulla: lo sciacquio del remo nello stagno? I deboli fischi dei ragazzi che tagliano le siepi del castello? No, soltanto quel respiro le cui mani viscose di basso desiderio si stanno avvicinando a Lucas da ogni parte. Guarda le corde di campana dei figli del giardiniere più immobili che mai, un loro minimo movimento – potrebbero inchinarsi con espressione rispettosa e accarezzare, per esempio, il cavallo sui lombi – gli sarebbe ancora di aiuto, ma il silenzio e questa paralizzata fuga delle cose è sempre più intollerabile. Allora lui, ed è l’ultima dilazione possibile, si leva con estrema lentezza il berretto, ne sbatte via la polvere contro le ginocchia piegate, osservando al tempo stesso le teste dei figli del giardiniere, come compresse verso l’alto da un anello di rame, senza riflessi ma immobili come statue di marmo, chinarsi silenziosamente verso il cavallo. E tutto è perduto, con il berretto nel pugno lui si sente improvvisamente soggiogato da quel respiro brutale e, fuori di sè dal dolore, dal terrore e dal rimorso incontra uno per volta gli occhi dei figli del giardiniere. Immobili sudate vampate di odio gli bruciano davanti agli occhi, riconosce con un brivido il trionfo sulla propria caduta e sul cavallo morto e una sensazione, che ha dovuto imparare a reprimere fin dall’inizio: al cricket, nelle cavalcate, nelle cacce con il falco Ajax e forse anche nelle selvatiche fughe davanti ai ragazzi poveri della zona, si abbatte violentemente su di lui, e assomiglia a quanto lui sa del senso di colpa.

Allora tutto diventa un momento di dolore immobile, come un ruscello di vino amaro ora le formiche rosse coprono la strada, e il ventre e i lombi del cavallo morto sono coperti di formiche, le mosche e gli altri insetti lasciano la presa levandosi silenziosi verso le cime degli alberi. E poi, senza che lui forse nemmeno lo desideri intensamente, dà con forza un calcio violento dritto nel fianco del cavallo e uno zoccolo si solleva d’un tratto uccidendo alcune formiche sotto di sè.

[…]

Stig Dagerman, De dömdas ö (1946)


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2 commenti leave one →
  1. 18/08/2009 7:59 PM
  2. 17/08/2009 10:10 AM

    “Allora tutto diventa un momento di dolore immobile”

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