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la fortuna, si è esaurita

16/01/2010

l’amore ai tempi della spranga non controlla la direzione, infinite le patologie della vista: diagnosticabili, solo due o tre.  tutto il resto, il grande atlante delle sviste, delle allucinazioni, galleggia fuori dal tentativo di classificazione. è la manualità sterrata di un campione di cruciverba, o di un atleta. Questi soppesa il salto  in termini di energia ancora a disposizione, senza conoscere le stringhe, i codici, i campioni, perchè conoscerle soltanto un poco significa restare immobili con i fari piantati in faccia, affascinati… che la macchina possa sterzare all’ultimo secondo, è possibile, ma avanti, non ne vorrete fare un gagliardetto con i colori del merito. Lo sguardo sull’oceano che offende l’entertainment ha polverizzato il secondo loggione a destra, gemiti e starnuti di imbarazzo, non mi stupisco più che dormire con una scimmia possa essere un onore. “DORMIAMO SEMPRE CON DEI MORTI.” La conseguenza più immediata del mantra che non riusciamo a disimparare – “non pensare-non pensare-non pensare-non pensare” – è che ci tornano in mente queste frasi da galera, queste frecce baritonali, frasi cantate distrattamente o lette nei libri irrimediabili, con gratitudine e orrore in pari tempo. Riposo, soldati, nel migliore dei casi di ciò che resta morbido ai lati di quello sguardo, duro come una miniera a livello zero sicurezza nella fogna di est europa che poi è il cuore, neppure se ne accorsero. Su ciascuna retina indossavano spalmato l’amianto, la fibra, le nevi, pigmenti sottratti alla scienza della circoscrizione che servono a vedere scuro, vedere poco. Nelle file in cassa, verso la chiusura, faticavano a sfiorarsi, perchè osservare troppo a lungo la spesa degli altri è quasi come spiare un litigio familiare, una rotta d’ossa, o peggio una cucina immobile con la televisione accesa,  finto faro, finta antenna.

Questo perchè il conto alla rovescia sugli oggetti svela immediatamente la loro natura di resti, di residuati, di piccole parcelle sul conto del reale, di minime bollette sullo sforzo quotidiano, sono già  sfiniti prima di essere aperti e utilizzati, soprattutto, sono già perfetti simulacri di solitudini appartate… fa fede la data di scadenza, che  rassicura solo chi vuol credere che il tempo è un bel lupo di mare. Invece è un dolce  di ghiacciaia, chimico, con le perle di sudore in cima al cellophane, di biologico non ha più che il dolore fisico. TUTTO IL RESTO CHE PROVIAMO E’ OTTUNDIMENTO. Resteremo paralizzati in quello sguardo la manciata di secondi necessaria a una mano di carte con i nostri demoni sformati, che hanno perso faccia e odore a furia di incarnare le paure del momento. Certi zoccoli caprini li lascio allo zerbino umano che addobba la chiesa, volentieri. Sono invece gassosi, fertilizzanti, armi in provetta, adrenaline amare, spari alla cieca…

intanto, gli idioti soppalcati mostrano queste enormi strutture all’ultimo grido, queste case sulla cascata bizzarre che sorreggono le grandi teste spiritate, che evaporano di continuo, mentre siedono al caldo delle stufe elettriche di lusso, nei bar all’aperto dove il freddo non scongiura il loro invicibile bisogno di restare visibili per un istante sullo sfondo democratico del vuoto. Non è azzurro vena, azzurro sangue secco in una carne malata, no di certo. Ha i colori di una messa in scena in cui ogni momento di verità è un intervallo sgradito. Paradossalmente, tutto ciò che è nudo viene indicizzato e messo all’asta per una rozza parodia di comunione, dove ciò che è nudo diventa prima repellente per il suo rifiuto di difendersi, poi rapidamente il martire sacrificale della comunità di comparse, messa in piedi cinque euro a seduta, cinque euro a drink. Se non partecipi, semplicemente battitela, ORA! perchè alla prima occasione ti lanceranno addosso un drappo da gesucristo e in men che non si dica sarai travestito da redentore, satiro, eccentrico, aggressore, terrorista delle circostanze, guastatore delle contingenze, condottiero di una rivolta che non hai mai neppure concepito, perchè non ci può essere rivolta. Spacciati! spacciati, capito? Rivoltati, quello sì, possiamo esserlo. Quell’incontro che puoi fare,  quell’estraneo che riesce incredibilmente a deambulare, come te, si annida nei cinema dove tu cerchi affamato dolce disperazione di avere ancora altra fame, riesce a andare di corpo perfino, uno senza corpo che riesce ad andare di corpo, non ci avresti mai creduto, quello qualsiasi che ti gioca all’angolo proprio quando ce l’avevi quasi fatta, mentre stai rovinosamente veleggiando verso casa e nel monologo mezzo fumoso, mezzo ghiacciato pensi basta,  a casa, nel bunker, via dalle barricate, ostili e penose, con oggi ho dato, con oggi ho espresso, ho dovuto esprimermi – ah! ah!

– esprimiti! esprimiti cazzo, anzi spremiti, anzi, lascia che ti spremiamo noi, agrume del cazzo, e noi abbiamo lo spremiagrumi di design e ti riduciamo  tutto una dissenteria, liquido, con una mano di metallo bizantino per farti luccicare come le spiagge delle cartoline, dorate in photoshop.  Sei pallida. Sei lontana. Avvicinati. Mi dirai, col cazzo che mi avvicino a un corpo senza corpo. Piuttosto ritaglio figurine dalle riviste. Ma io dico, noi diciamo… Se ti esprimi ancora forse, starai meglio, sarai più accettabile, intendo dire, per noi. Vorrei dire, che non ci vorrai ricordare tutte le volte quanto cazzo siamo infelici, abbozza un balletto, contrai i muscoli del volto, plastifica il plastificabile, assicurati un posto in paradiso. Spiacente, non puoi-essere proprio adesso, domani.

– No, non ho mangiato niente di avariato. No, forse sei tu, sei andato a male. No, non sono le piaghe del sacrificio queste, sono i segni di un elastico da dirigibili che ho stretto forte per non alzarmi in volo. Perchè sono un dirigibile, una massa esplosa con i buchi.


QUEI POCHI SECONDI IN CUI SI CONCENTRA L’ESPLOSIONE


donati gli organi che resti l’anima donata l’anima che restino gli organi distanza e vicinanza sono due dadi appesi al cruscotto che dondolano dolcemente se entri nel midwest e più avanti nell’estate sonnolenta della nostra vecchiaia nell’inverno severo della nostra giovinezza sono due morsi della stessa dentatura calco dell’impossibile

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