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apocalisse #33. sempre siate insolventi

29/01/2010

quell’uomo deve pagare il suo debito con la società, un debito che non ha mai contratto, non importa. Un giorno lo prelevano in strada, anzi all’ipermercato, dove sceglie con cauta disperazione le formule base della sussistenza, si caleranno dall’alto, con capelli argentati da commissari delle inchieste ordinarie, forse una cravatta slacciata stampata Nevada City, razzie nelle corsie inumidite, siamo fissati con gli ipermercati, potrebbe accadere in un parcheggio. Parcheggiata a lungo nello spazio riservato alle macchine presidenziali divoro con gli occhi la tua ombra.

Un giorno gli bussano sulla spalla buona, quella che ha mezzo ricordo delle partite di basket e di mezza lezione di violoncello, ciocche di capelli miste a lacrime sulla felpa da carrozziere, gigantesco videogame rallentato dove ogni gesto assume l’enfasi di un fotogramma speciale, microscopici empire con le porte spalancate che sbattono. Oh, il fermaporta è la corolla dei miei desideri, ma erano tutti comprati al mercato e al bordello.

Un giorno gli sfasciano gli incartamenti sulla testa e pesano mica tanto all’incirca quanto un’edizione economica universale e all’apparenza sono compiti da ultimo banco e i segni rossi vogliono solo dire prigione preventiva, occhiaie a maggioranza e edificio sotto controllo. Debitore per inciso, una postilla alla fine del contratto diceva: l’unica cosa che ho imparato è che tutto quello che ami morirà. Spediranno un funzionario a praticare l’eutanasia all’ultimo dei suoi pesci rossi. Una ditta di pulizie cancellerà tutte le sue tracce di lumaca invecchiata. Le briciole in cucina e la pianta mezza morta sul balcone le giocheranno a poker sul bordo di una piscina immacolata di quell’azzurro artificiale sognante come un cielo rovesciato nel cemento che possono dare solo le resine i poliesteri insaturi e la miopia che si sviluppa negli ammazzatoi legalizzati che sono le aziende in cui passiamo metà vita e l’altra metà vale la pena strofinarla contro una parete di resina o contro uno specchio, nelle gabbie di certi animali in cattività si mettono gli specchi per illuiderli di essere meno soli. I suoi vecchi diari con l’appuntamento al buio con la psilocibina e cercare di imparare a entrare in una stanza affollata sorreggendo proprio sulla nuca e in mezzo alla fronte lo sguardo di mezzo milione di sconosciuti redentori con una bibbia sotto la lingua e un’arma carica nel pugno chiuso e provare a condurre una vita decente in cui l’ultimo non deve per forza chiudere la porta e il primo non deve impiccarsi per la sostanziale inutilità dei premi con cui suggellano ancora più forte la sua solitudine e credere di poter fare incetta di mondi fino a scoppiare mentre l’hard disk è limitato e le connessioni sono improbabili, i diari di foto e cassetti vanno seppelliti perchè non osano bruciarli, mentre non c’è remora nel bruciare l’uomo senza qualità d’Arco in una piazza a futuro monito. Parcheggiata senza biglietto di sosta nello spazio riservato ai cani accarezzo la tua vita futura che si consuma su qualche ruota senza importanza capitale per le vincite miliardarie, le isterie passeggere delle banche mondiali, la beffa dei parti, lo zoccolo duro della vita che vuole vivere a tutti i costi e rammendare, soprattutto, abbiamo tutti un autentico talento in sartoria d’emergenza.

ciò che siamo è una domanda che appartiene alla metafisica. So ciò che agiamo quando ci liberiamo della paralisi a otto braccia, paralisi da statua indiana con un sorriso morto conficcato da una guancia all’altra, denti d’oro che macinano sputi sottili. Ferocemente contrari allo scambio di parole lubrificante, alla chiacchiera lacera che lascia in bocca un sapore di metallo stantio. Ferocemente ostinati a non confondere la felicità con la protezione, costasse andare di giungla in grattacielo con un machete in mano. La maggior parte delle piantine urbane sono costruite in modo che tu possa rivolgerlo solo contro te stesso, rambo da coglionare due volte. La maggior parte del reticolato multipiano è concepito in modo che tu stesso alla fine delle scale silenziate con la moquette ti debba torcere il polso e puntartelo alla gola col massimo ingombro possibile. La maggior parte delle volte non abbiamo coraggio di protestare e le volte che restano, abbiamo il coraggio di ammettere a noi stessi che protestare è un’altra variante già prevista dall’apparato, una sfumatura da catalogo in cui una vale l’altra. Giullari cialtroni, a tinta bianca in faccia come un vecchio attore russo d’avanspettacolo, porgeranno l’altra guancia delicatamente, per darti la colpa dell’unico schiaffo che hai osato dare nella vita. Inala amico mio, invece della coca cenere di morte a metà, direttamente dall’urna come nelle gag mute. Intanto crepando devi cantare una canzone. E che non dispiaccia a nessuno.

Parcheggiata immobile come un’iguana resa inoffensiva dalle luci eccessive del terrario alzo lentissimamente la mano con due carte qualsiasi, il dorso rivolto verso l’assembramento dei lampeggianti, per fargli credere di averti almeno dato l’ultimo numero perverso, l’ultimo codice segreto.

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