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torna dentro al quadro fiammingo e ti basta la luce di una candela

25/10/2010
    – Ma il tuo sangue è il mio sangue e credevo che – 

    – Ma il mio sangue resta il mio, che lo vogliamo o no, e se scorre, ai tuoi occhi è pur sempre di un colore sbagliato. –

    – Ma poi! Che cazzo vuoi che mi importi dei colori della tappezzeria, dei tappetini della macchina, della sesta marcia, del portabagagli immacolato? Fondiamo il sangue oh, divinità.-

    – Ma i tuoi riti pagani improvvisati, sono il cattolicesimo alla terza dimensione! Il 3D del timor di dio. Effetti speciali – circonfuso di luce! Ora dorato! Ora pallore! Ora Christiane F.! Ora smarrimento da eroina! Ora un po’ di gemiti da cucciolo, solo un po’. Effetti digitali per teste di minorenni oh agnelli di zucchero, circonfuse di luce che vengono spinte dolcemente nel grembo del pastore, ah! Bella questa! e poi su, a guardare con gli occhi stellati l’abito talare… ridi, ridi! –

 

 

Ricordo sopratutto il mio Senso per le Stazioni – qualche anno prima ero la dea delle cabine telefoniche, perchè ero a mio agio nelle stazioni nelle piazze nei posti telefonici pubblici e nelle piscine comunali e nei marciapiedi dei tassisti, perchè mi sento in guerra.

Mi ricordo pure tutti i mezzogiorni febbrili passati a toccare tutto di lui, come se si potesse davvero trapassare un corpo con i pugni estrarli fuori tutti trionfanti e inzaccherati di materia organica (sono ENTRATA! Ce l’ho FATTA! Concretezza e verità e concretezza e verità!) e tutte le giornate dilatate a discorrere di carne e sangue con certezza analitica che a metà, o comunque a una impossibile conclusione del discorso ci si sarebbe rimessi a lavoro di ostinazione, di piccone, di motosega, per annusare almeno da lontano la famosa essenza di un Altro, o certi giri folgorati per biblioteche accaldate, ciclomotori di truffatori col ghigno dei perduti mandati a gambe all’aria, certe corse angosciose in macchina verso treni in anticipo, quando tutto il mio corpo sbattuto, rivoltato e nauseato tentava la fuga verso la “prigione più grande” e tutte le lacrime,  se avessero un valore, sai quanti riti vodoo, e che cazzo! A tutto c’è un limite!

Tutte le paure sviscerate e buttate là sul tavolo come pesci che si dibattono, mica tutti hanno il coraggio di esporle, come nel più carnale dei mercati! E noi le sezionavamo e ce le tiravamo addosso. Non capisco come non tornassi a casa coperta di escrementi. A dire il vero una notte mi venne a prendere Frank. Esitai a toccarlo quando volle salutarmi.
Ero così malconcia, impregnata di sudore, lacrime (ma sempre quelle lacrime grosse, pesanti, di quel tipo maleodorante) mie e sue, umori corporei, sperma e sofferenza, che se mi avessero strizzato come uno straccio per lavare in terra avrei provato soltanto sollievo e un senso di giustezza.
Anche i momenti migliori, stuporosi, pomeriggi in pioggia quasi natalizi in cui si stava instupiditi a letto in battaglia sospesa, senza nemmeno toccarsi, o interminabili sedute in vasca da bagno finchè le dita non diventano abilissime, con l’acqua calda fino a scottare finchè non diventa più fredda delle nostre dita, o certe risate davvero pure che seguivano alle nostre tragicomiche esplorazioni della città proibita, sono un carico. Come non sprofondare semplicemente sotto il carico?

Un’altra estate vedevo solo famiglie, antifurti, famiglie, antifurti. Non vedevo altro. Mentre coprivo i quattro cinque chilometri giornalieri per risalire in collina fino a casa, tentando di anestetizzarmi con la vecchia strategia della stanchezza, asciugandomi il viso con il vestito, vedevo: Famiglie, barbecue, antifurti.

Poi abbiamo diviso alcune estati intere anche negli altri sensi, ci è capitato di uscire di casa (rifugio, sospensione del giudizio, sospensione del tempo) con qualche pretesto da catastrofe scampata: viveri, sigarette, bisogno improvviso di zuccheri, ma perlopiù attirati da irrequietezze non specificate, quasi gettati fuori da un estraneo che ci governa, dittatore che ci seduce neutro (pensavo: forse, questo estraneo è semplicemente il corpo pericoloso che formiamo, quando lasciamo i nostri due corpi a camminare sul filo dell’equilibrista). Usciamo, e istantaneamente perdiamo la meta, dimentichiamo il negozio a pochi metri, la fermata della metropolitana, l’angolo dove svoltare, come se lo spazio che si dilatava dentro casa continua sse a gonfiarsi e a estendersi in una geometria incomprensibile.

Finisce sempre che camminiamo anche per ore, e poiché ci troviamo nella zona alta della città, silenziosa e irreale, le nostre incursioni stralunate finiscono sempre per somigliare alle discese negli inferi dei quadri fiamminghi, con una quantità di scale, di vicoli e di imprecisioni, la caldaia bollente dei Quartieri, il formicaio, riusciamo quasi a sentire il rumore della vita come quello di una battaglia che si avvicina… Ci aggiriamo ufficialmente sempre alla ricerca di rifornimenti, pile, bevande, cibo, il quotidiano che riporta la programmazione dei cinema, ma finiamo per andare sonnambuli, in una smemoratezza molto diversa dal languore protettivo del terrazzo di casa e delle candele, accecati da visioni improbabili, incontri desolati ai semafori, Santi sconosciuti che ci spiano da piccoli altari di strada, sguardi nerissimi si affacciano dai seminterrati e riparano motorini sopravvissuti a piccole guerre che non conosciamo, la prossimità disinvolta con i rifiuti, anche noi ci sgretoliamo e diventiamo detriti, macerie, avvertiamo il contatto, benché nessuno ci sfiori nemmeno, di una struttura che geme e cigola e respira sotto quella delle istituzioni, delle chiese dissacrate, dei negozi ai quali hanno dato una mano di vernice, della cipria da attore con cui tentano di mascherare, senza troppa convinzione, il disfacimento e la lotta: un uomo piscia controluce nella via degli acquisti altoborghesi, il getto diventa una scultura di luce innovativa: arte! Arte contemporanea! Vaffanculo! Un giorno, sia che rientriamo, stremati, invasi da una commozione inspiegabile che non ci azzardiamo a pronunciare, sia che ne veniamo fuori, guardiamo Os Mutantes. Lisbona, però siamo vicino casa, giostre che girano nella notte, lo sguardo di Andreia che ci scavalca, muto, sorprendente e più forte di noi. era l’era glaciale! era la russia dei romanzi! ti hanno fottuto i romanzi russi!

È allora che ci ritorna tutto, soprattutto il passo elastico con cui un uomo scavalca un corpo a terra. Cazzo di madre Russia! È allora che mentre ci costringiamo a sbarrare gli occhi (oh una cura Ludovico al contrario) a tenerli aperti ai mutanti che attraversano le loro vite con l’ostinazione di chi non accetta il posto che gli è destinato prima di aver potuto scegliere alcunché, che ci sembra di aver conosciuto una parte dell’essenza del piacere e della sofferenza, che ci sembrano le uniche due armi che scuotono l’universo paurosamente immobile.

 

 

Ma vuoi sapere una cosa? Era una cazzata! Ridi, parente povero, mio cuore!

 

 


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