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De quoi sommes-nous la somme?

22/12/2010

Šarūnas Bartas secondo Leos Carax

Šarūnas Bartas, nato negli anni Sessanta, è lituano. Vive in campagna, a quaranta miglia dalla capitale Vilnius, in una fattoria vicino a uno stagno.

Šarūnas immagina film da 2 o 3 milioni di franchi, le sue sceneggiature sono di due pagine.

Koridorius è stato girato a Vilnius. Una vecchia città costruita nel cuore di una foresta. Isolato in questa foresta c’è un piccolo casolare. Al piano terra vivono la madre e il figlio di Šarūnas.

Lucas, il figlio, ha tredici anni. Quando ne aveva tre e dormiva da solo nel buio della sua camera, ha visto piante giganti sorgere dal pavimento, e salire con violenza verso il soffitto. Ha urlato. Da quel momento in poi ha sempre avuto paura di dormire da solo.

Suo padre, lui non teme la notte. La vive con naturalezza; conosce l’ombra intorno alle cose. Quando la luce dell’esterno comincia a calare, si accende una candela, prepara il caffè, e veglia. Probabilmente avviene così, che la stanchezza e il silenzio gli donano l’energia per concepire un nuovo lavoro.

Al primo piano del casolare, Šarūnas e i suoi assistenti hanno installato un piccolo studio cinematografico, in cui lavorano e a volte dormono. Altri registi del paese ne approfittano. Al tempo del fallimento degli studi in Russia, prima del crollo sovietico, Šarūnas aveva comprato delle macchine da presa Arri-B1 per 150 dollari l’una e una tavola da montaggio video per 50 dollari. Negli ultimi anni, lui ei suoi assistenti hanno costruito sotto il tetto della casa una cabina di proiezione 35 millimetri, un angolo per il montaggio, un altro per la post-sincronizzazione.

Questo è qualcosa di concreto che posso dire di Šarūnas Bartas.

Finché c’è da qualche parte sulla terra una casa come quella, in un bosco, con un ragazzo come Šarūnas che lavora e crea, io sono abbastanza ottimista riguardo al cinema.

De quoi sommes-nous la somme?*

Leos Carax sui film di Šarūnas Bartas

Il cinema di Šarūnas Bartas è sempre esistito, da che mondo è mondo. Ma noi, dove siamo stati?

Un giovane di oggi, sconosciuto nel suo paese, abbraccia con il suo sguardo i volti, i paesaggi, gli edifici che lo circondano, con un’attenzione e una devozione che salvano il nostro tempo e che rendono possibile essere ancora.

La bellezza dei film di Šarūnas è interamente nel modo in cui questi film si reggono in piedi sul filo vacillante che collega il loro autore, le sue pene e le sue luci, ai dolori e alle luci di tutto il mondo.

Giovani silenziosi… un porto, di guerra o di traffici… uno spazio bianco, immenso e quasi deserto… una ragazza arenata lì, mistero assoluto… una cattedrale devastata… freddo, fuoco, rovine… perforate… un abbraccio infinito… i tetti della città… dei bambini soli come adulti… una donna zoppa che corre intorno al tavolo… un corridoio nudo, e molto vicino, delle facce… ovunque, la fatica terribile del corpo e delle cose… e poi, improvvisamente, la musica, donne e uomini insieme, che danzano e sudano… il tempo di una notte…

Tutte queste immagini di “lì, a est” da qualche parte a metà strada tra Sarajevo e Mosca, tra guerra e “pace”, tra l’oggi e il passato dei secoli, giovani e vecchi come il cinema, Sarunas le cattura con l’attenzione e la generosità di un poeta, non come un oratore troppo ciarliero.

Resistere. Al tempo, alla fame, alla noia, ai nemici, all’isolamento, all’esaurimento delle forze. Ciò che ci opprime è immenso, ma “ciò che resta” è almeno altrettanto grande. Sopravvivere, è questo il problema. E la macchina da presa di Sarunas risponde nell’unico modo dignitoso possibile: non testimonia la miseria, non la rende più presentabile o più rivoltante di ciò che è; sa che la miseria è propria dell’uomo, di ogni uomo, della condizione umana. E se le immagini che cattura sono di un incredibile splendore, è proprio questa consapevolezza che le rende tali.

Scoprire i film di Šarūnas, qui ed ora, è anche riscoprire questo: non ci sono realtà lontane.

Queste persone che annegano lentamente, senza tendere le braccia a nessuno, senza rumore, senza turbolenze, nell’abisso furioso del mondo, non ci vedono. È già troppo tardi. Ma noi, grazie a Šarūnas, li riconosciamo, loro siamo noi.

Il mondo è triste, opprimente. Gli uomini si mandano in rovina, vagano e muoiono.

Ma il mondo è bello perché sopravvive, perchè dura.

Sì, il mondo è bello anche dove non cresce nulla, fintanto che alcuni continuano a vivere e a seminare, con l’audacia dei disincantati.

A condizione che l’uomo e la sua macchina da presa siano là, che combattano e amino, al di là di ogni ragionevolezza.


*Titolo di una poesia di Abdulah Sidran.

Estratto tradotto da De quoi sommes-nous la somme? di Leos Carax (Festival de Tours, Derives.tv, 1995)

 

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3 commenti leave one →
  1. marcel permalink
    27/07/2011 11:37 PM

    Amo i silenzi e gli spazi di Bartas. Il nulla che si riempie di tutto. La sua sacralità.
    Grazie

    • 28/07/2011 12:38 AM

      “cosa è sacro per me?” è una domanda interessante, forse l’unica capace di misurarci o farci scoprire la persona che diventiamo ogni mattina.

  2. ethanjude00 permalink
    27/12/2010 6:07 PM

    Grazie ^^

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