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Epica per tutti i giorni

12/04/2011

9/04/2011, covo, bologna

massimo volume

A urbino qualche anno fa prima del ritorno ero seduta a terra in un pomeriggio a ascoltare un reading suo e pensavo: Però, peccato. Non lo sentirò più urlare. Era uscito da poco stanza 218, el muniria, e non facevo che ascoltare al buio il finale di insieme su un balcone, con le voci della strada che si mescolavano con quelle del disco – poi dal 2008 in poi li ho ascoltati live ogni volta che ho potuto, ma ogni volta, non si tratta tanto di ascoltare. È più come un dispositivo di traduzione automatica della realtà. Quando sono in strada con i Massimo Volume in cuffia mi pare di recuperare un senso alle cose. La vecchia in maglione di lana curva ai limiti della fisica che fruga nella sua borsa modesta con le mani scarnificate semplicemente dal tempo, tirando fuori un portafoglio spelato, finisce di gettarmi nella disperazione e basta. Il mio inutile disprezzo per chi trascina con sé, senza sentirlo, ma solo indossato, un corpo preparato per la macchinazione quotidiana, smette di disgustarmi e basta. Come le parole di un grande libro che mi si piantano nel cervello, quelle storie colossali di cose microscopiche diventano le uniche chiavi di interpretazione possibili, e anche l’Odissea personale, tragicomica, furibonda del mio passato, come quello di tutti, diventa parzialmente accettabile alla luce del dato di fatto che qualcuno ha saputo dire e suonare la sensazione familiare e distante di trovarsi nella notte di fronte alle luci dei semafori oppure di serrare la porta alla peste di fuori. La verità è che mimì ha sempre saputo quando urlare nel suo colloquio con il mondo. Un attimo prima che l’onda d’urto del volume massimo si infrangesse contro la vita come una tempesta d’acqua contro un muro di cemento. E poi, come urlare. È sempre stato un grido ironico, quello che immagineremmo venire da un cane o da un pesce nell’acquario se potesse dare voce nella nostra stupida lingua all’angoscia in cui ci vede annaspare. Ma questo narratore immaginario è umano pure lui, non teme di raccontare quanto lo è, affiorano il sangue e la sporcizia, uno è quattro, egle e stefano lo dicono con la chitarra, vittoria con la batteria, mimì con il basso, la voce e i gesti, la distanza diventa un contatto totalizzante, ogni singola parola smuove una marea, quelle parole che sono diventate nel tempo una laica fiducia condivisa, che ci strappa a un cupo balbettare – l’adesione è fuoco, io non ho speranza, io ho fede, – eccetera. quella stupida lingua ritorna a significare, dal caos si rivela una forma miracolosa.

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One Comment leave one →
  1. jean permalink
    26/04/2011 4:01 PM

    e Batwings ai balconi dei quali saremmo stati

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