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Ma chi vuole essere salvato dalla febbre?

30/04/2011

DOSSIER ADAPTATIONS. DAL LIBRO AL FILM


37°2 Le matin

il libro di Philippe Djian (1985)

il film di Jean-Jacques Beineix (1986/1991)1

1 La versione a cui si fa riferimento è l’integrale Director’s Cut di 185 minuti rilasciata da Beineix nel 1991.


su RIFRAZIONI numero 6, in libreria

Temperatura rilevata: 37°2

Béatrice, che è Betty, si affaccia sulla porta di una baracca a fuoco in Linguadoca senza niente, a parte una valigia di poche pretese, un pezzo di velo, un grembiule e un tatuaggio, ed è già disorientamento senza appello. Una delle sue scarpe da due franchi potrebbe crepare il pavimento e generare il deserto blu e oro che l’ha sputata sulla terra, uno spazio da fantascienza dell’amore, tra un fumetto di Moebius e una marina triste, di quelle che si vendono nelle piazze.

Da allora – aveva 20 anni – ci siamo sempre aspettati di vederla comparire ancora sulla porta, irresistibile. La sua figura verrà scolpita dal tempo in modi crudeli e la sua sconvolgente oscurità congenita affiorerà sulla sua faccia di persona e anche di attrice. Era il 1986, Béatrice Dalle la prima volta sullo schermo. Poi inizia una trafila di reincarnazioni perturbanti, che fa la spola con dolorosa e greve leggerezza tra la cronaca della sua vita e le fenici abbaglianti dei suoi film successivi. In tutte, a un certo punto, affiora il suo sorriso misterioso, scorretto e spiazzante. Come se gli angoli della bocca di un’icona sacra immobile nel legno si tendessero nel principio di una risata infantile, una minaccia garantita, una promessa di abuso, per tornare impassibili. Dopo, saresti costretto a dire che è una visione, un abbaglio, un cedimento. I sensi offuscati, ho dormito poco, ho la febbre. Ma l’hai vista. La tua percezione di quella immagine di sovrana immobile non sarà più la stessa. Anche negli istanti dell’amore (quando questo è un campione olimpionico sdegnoso, che scalcia ghiaia e fango intorno come un maratoneta di science fiction che corre umido nella giungla), anche nella sproporzione più clamorosa dell’amore, 1 a 0 contro l’altro mondo (e non intendo l’aldilà ma quello di tutti gli altri), ti ricorderai di questa promessa che era una minaccia, di questa intimidazione che ha mantenuto la sua promessa di felicità. Questo sorriso che nell’invito sessuale, vitale, contiene appena un atomo di disprezzo, e un fremito di angoscia. Qualcosa di indimostrabile, sia pure con un fermo fotogramma.

Béatrice Dalle in 37°2 Le matin di  Jean-Jacques Beineix (1986)

La Dalle è stata finora sempre una mutazione di Betty in 37°2 Le matin, il rifiuto alieno di un paradiso letterario, una ragazza rapita dal dio della morte, fortuitamente gettata sulla terra: di lei conosciamo lei soltanto; nel film: il rosso del suo rossetto, del suo bracciale, del suo ombretto, il verde del suo ghiacciolo, l’insolenza trascurata e luminosa del suo corpo impaziente messo in mostra senza sottintesi – «non ne conoscevo che potessero vestirsi con tanta noncuranza»1 – oppure nudo come per sbaglio, riconoscente, caldo (altrettanto nudo che il corpo di Zorg: non conoscevamo nessuno che raccontasse la sua perdita così quotidianamente nudo in una stanza). Pezzi di carta di romanzo, profondamente inzuppati di letteratura, che tremano al contatto con la fiamma e nell’immagine cercano una coincidenza esoterica: come a Zorg, il prima di Betty preme poco anche a noi, perchè non è immediatamente contingente all’euforia velenosa dell’amore, è un lampo di colore esotico. Tutto nel film è verde, rosso, arancio, giallo, dorato, celeste (e celestiale), transitorio (la vernice da dare alle baracche, le tende di perline al vento, le bibite inverosimili e il jeans slavato degli anni ’80), poi diventa solo blue: una simbologia troppo facile, ma questi colori pastello, destinati a stingere in melanconia e manìa, prima si sciolgono in febbre. E nel libro?

La Betty dei 37 gradi Celsius – e qualcosa in più: la temperatura normalmente più alta al mattino, nell’ovulazione, nella cova e anche, secondo Beineix in persona, quella di una lieve febbre, alla fine del giorno; potrebbe essere il segno di una malattia o del primo sintomo della passione2 – questa Bettyè il prodotto insperato di una mutazione imprevista anche dal romanzo3 di Djian al film di Beineix, stretto sullo sguardo di Zorg colmo di lei, come s’inquadra un singolo invitato, irradiato di luce per motivi solo suoi, a una festa senza senso che sta degenerando.

Béatrice Dalle e Jean-Hugues Anglade in 37°2 Le matin di Jean-Jacques Beineix (1986)

Zorg è un tizio che si è fatto di fumetti, telefilm, lavori d’occasione ed espedienti, anche se il film non ce lo dice esplicitamente. È «uno che non ha niente, non vuole niente, e non ha niente da perdere»4 e che con molti anni di anticipo ha abbracciato la filosofia di Tyler Durden: vivere ora, agire direttamente sulle circostanze, invece di opporvisi vanamente con la rabbia (la vendetta del cameriere sul cibo della patetica coppia borghese). Non è un aspirante scrittore, non più di quanto Betty sia un editor! Ma l’amore di lei è trasfigurante: pensa all’istantanea del suo sorriso, del suo sguardo serio, quando incendia il bungalow per ripartire da zero. Zorg è uno che respira a pieni polmoni: forse è stato portuale, magazziniere, nomade come Djian. Soprattutto, è uno che potrebbe aver sentito urlare per Parigi: Fay ce que vouldras! Fay ce que vouldras!5

È un uomo della strada, ma pronto a farsi investire dal ciclone. Capace di vedere che nel circo assurdo che è la vita, è una fortuna averci pure «una cuccia in cui scopare»6 (e Betty la divide con lui, radiosa; al contempo, questa diventa per lei un posto buono solo per allenarsi a morire). Porta un nome singolare – «Zorg, perchè dopo la lettera Z non c’è più niente»7 – come è unico il suo superpotere, una noce di ferocissima fame, la capacità di percepire quell’energia indistruttibile che scorre nel mondo.

Zorg reagisce con ironia alle sfuriate di lei: gli sembrano più tensioni di vita che avvisaglie di morte. Non per ingenuità, ma solo perchè in entrambi, libro e film, le diagnosi di psicosi vengono lasciate da parte, come nel sacro autentico: mistero doloroso, stato di fatto che non cerca in sé per forza un’origine. Una volta Betty prendeva “medicine”: le scopriamo nella sua borsetta. Ma le oscillazioni dell’umore, l’automutilazione, la generosità con cui vive nel suo corpo e lo spreca, la furia delle sue rappresaglie («non bisogna discuterci, bisogna distruggerli!»8 è il suo condivisibile grido nei confronti degli avversari) non interessano minimamente né a Djian né a Beineix quale sintomo di uno stato patologico9. L’unico equilibrio fragilissimo di cui si occupano entrambi è il mantra della febbre contro l’inerzia.

E appunto Zorg non vince mai per salute mentale, ma fortuitamente, per culo, per la sua egoistica e vitalistica fiducia nel cavarsela. Si salva perchè non cerca di salvarsi. Betty non riesce ad accogliere come Zorg la paradossale speranza generata dall’assenza nichilista di ogni prospettiva certa e implode nelle sue aspettative:«siamo ancora giovani», si ripete, «ce la faremo a venirne fuori» ma – come la moglie del protagonista di The Road di McCarthy – si dà la morte in anticipo. Se guardi un contenuto speciale10(UPDATE: il sito è stato chiuso. ma il video è ancora su youtube) girato nel 1996 per il rilascio in dvd di 37°,2 Le Matin (edizione d’anniversario, versione integrale), non perdere l’espressione di Beineix che rivede la scena perfetta del compleanno di Betty e ripete commosso: «A tes vingt ans mon amour. A tes vingt ans».11

Béatrice Dalle e Jean-Hugues Anglade in 37°2 Le matin di Jean-Jacques Beineix (1986)

Un aspetto divertente è rinvenibile nell’esame degli effetti del film sugli spettatori, in un arco di tempo che va dagli ’80 ad oggi. Prevedibilmente la critica si getta alla cieca sul sesso, che in verità qui non è mai un eccesso ma, anzi, la più naturale e libera espressione di sé in un tempo scandito da altre cose più o meno rilevanti. Ma i critici, si sa, criticano il sesso in sé: è troppo, è poco, è utile, è inutile… Le recensioni dei semplici appassionati, piuttosto, si possono sintetizzare in qualcosa del genere: «Chiunque di noi avrebbe sbattuto fuori quella cagna pazza, per quanto sexy, dalla sua vita, ma lui no». Eppure, Zorg non è né eroe né martire. Basta una sua breve assenza perchè affondi il viso in un suo vestito: è fuggita? (Jean-Hugues Anglade, attore magnifico, capace di una tenerezza da criminale). Quando Betty si riduce alla parodia di una sposa violata, Zorg, tra le lacrime di questa visione insopportabile, sporca anche il proprio viso come può. La sua ostinazione è sinfonia, accordi in risposta al delirio di lei per tutto il film: deve dimostrarle che in fondo sono della stessa carne. Si tratta di una traduzione in azioni dell’intenzione letteraria conclamata di Djian di narrare un personaggio unico, pansessuale, che si muovesse fuori da un’ottica di coppia. Non si tratta solo di amor fou. Si è parlato di cinéma du look,12 o di neobarocco, invece Beineix è interessato anche alla realtà. Nel ’94 e nel ’97 girerà due brevi e intensi documentari: rispettivamente sul mondo allucinato degli autoreclusi giapponesi in Otaku e del recluso suo malgrado Jean-Dominique Bauby in Locked-In Syndrome, dove (assai più che nel calligrafico film di Julian Schnabel) filma la insopprimibile contraddizione: tentare di restare in contatto con un mondo con cui non si riesce più a interagire. Zorg è un personaggio estremamente realistico, nel libro e nel film. Anche se la sua figura su pellicola è assurda, farsesca fino allo slapstick (il modo in cui reagisce alle avance della vicina, buttandola in macchietta, mentre nel libro risponde con la sua verità: «Contro la dispersione scelgo la concentrazione. Ho solo questa vita e il mio desiderio è illuminarla»).13 Per Djian, la sua indole è gentile ma più pericolosa. In una delle pagine più amare del romanzo, Zorg mette a letto Betty dopo la sua prima terribile crisi. In lui c’è sincera empatia, ma diventa crudeltà erotica: percorre con le mani quel corpo sfinito, quasi a domare, con la violenza amorosa, la violenza della negazione di lei verso l’andare avanti e respirare un giorno dopo l’altro. Ma qualcosa si è rotto. «Dopo quell’episodio ho smesso di guardarla dalla finestra ogni mattina».14 Questo crack di Zorg è forse l’unico momento fondamentale che Beineix ha deciso di non mostrare.

Jean-Hugues Anglade in 37°2 Le matin di Jean-Jacques Beineix (1986)

Temperatura rilevata: 37°

Il regista, certo, ha voluto dare un peso considerevole a una serie di momenti farseschi, che possono sembrare grossolani, se non si tiene conto della sintesi di ordinario e straordinario che Beineix più volte indica come segno principale della sua opera. Per il romanziere, questi momenti, sono marginali, più aspri, meno surreali. L’incontro con il poliziotto (un giovane Vincent Lindon), col surfer cocainomane (Dominique Pinon, il pagliaccio triste di Jeunet), con lo spazzaturaio Bobby-Capitan Uncino, col rappresentante di olive sono disavventure da strisce a fumetti. Però questo umorismo derisorio, come sempre, si deforma in autentica smorfia d’impotenza. Non a caso Zorg adotterà i suoi improbabili panni da drag queen, la comica femme fatale Joséphine, solo in un’altra occasione, dopo la sua cialtronesca rapina: nel giorno in cui rinuncia d’un colpo alla sua possibilità di amare per procura e, acconsentendo a perderla per sempre, sceglie di liberare Betty dalla sua prigione muta.

Beineix ha saputo creare dalla Betty del romanzo – che è più mercenaria e meno adorabile quella visione che è la Betty del film, la traccia di un corpo videodrome che letteralmente strappa il telo del cinema per andarsi ad annidare nel nostro, già vinto, paralizzato alla poltrona. Nel libro si svela prima il suo disagio. Il film più crudelmente lo traveste, enfatizzando al massimo quelle giornate di folle gioia alcolica, ossigenata, pura, che i due amanti sperimentano. Nel film quell’esultanza totale si dimostra in ogni caso più spettacolare del più tragico dei drammi.

Da allora, la Dalle non può che essere una visione e un simbolo, ed è come se 37°2 Le matin – il romanzo, ma soprattutto il film, in cui la sua identità di Musa è immediatamente e ironicamente rivelata dalla Gioconda appesa al muro – avesse innescato per sempre questa sintesi. In Truands (Frédéric Schoendoerffer, 2007) Béatrice è la donna del gangster, con il suo vero nome; è plurale in 17 fois Cécile Cassard (Christophe Honoré, 2002); è solo L’Attrice sia in H Story (Nobuhiro Suwa, 2001) che in Process (C.S. Leigh, 2004), accanto a un altro remoto e bellissimo pianeta in autocombustione, Guillaume Depardieu. È La Regina dell’Emisfero Settentrionale in L’intrus (Claire Denis, 2004) e l’amante cannibalesca e sperduta di Trouble Every Day (C. Denis, 2001), dove la sua fuga all’aperto sotto la pioggia è praticamente speculare alla fuga nel cimitero di 37°2 le matin. È l’apparizione, La Femme, in À l’intérieur (Alexandre Bustillo e Julien Maury, 2007). Nel 2007, la Dalle è anche La Principessa in Tête d’or, opera teatrale di fine Ottocento di Paul Claudel, anarchicamente rinarrato da Gilles Blanchard nel penitenziario di Ploemeur e interpretato da detenuti; uno di loro è Guenaël Meziani, condannato a 12 anni per rapimento e stupro. La Dalle nel 2005 lo ha sposato in carcere. Quattro anni dopo i vicini della donna chiamano la polizia per un violento litigio tra i due, forse tentato omicidio. Non c’interessano le chiacchiere mediatiche sull’immagine “terrorista” della Dalle (furti, cocaina, un altro ex marito violento e – non ultimo fatto a essere strumentalizzato nell’ottica di una vieta figura di “ribelle” – il suo sostegno a Augustin Legrand nella protesta per i diritti dei senzatetto). Però, in un mondo alternativo, possiamo pensare a Guenaël Meziani come a un doppio di Matthew Modine in The Blackout (Abel Ferrara, 1997) in cui la Dalle è Annie, sfuggente oggetto del desiderio e fantasma di una colpa impossibile da espiare: aver ucciso l’amore stesso.

Béatrice Dalle e Jean-Hugues Anglade e un giovane Beineix in 37°2 Le matin (1986)

A Beineix va tutto il merito di aver quasi replicato – a sua volta ossessionato, rapito da Betty quanto Zorg, dalla febbre quanto Djian– le imperfezioni di una scrittura che cerca di aderire al parlato, non sempre vittoriosamente, ma con apici incredibili. Il linguaggio di Djian – che è la lingua del suo eroe idraulico che impreca contro lo scrittore e non chiede altro che continuare a baciarla al buio e accarezzare il suo culo finché la sua vescica resisteva15 – é stato proiettato ingigantito su uno schermo di drive-in. Il manifesto di un rivoluzionario ancora acerbo fa vibrare finalmente l’aria solo volando via dalla finestra, dai piatti sporchi, dal detersivo, dalle piastrine antizanzara, dal posacenere, dal gatto. Eppure è là che nasce.

Una delle lettere di rifiuto che Zorg riceve dagli editori è ricalcata su una lettera ricevuta dallo stesso Djian: Mi piacciono le sue idee, ma il suo stile è insopportabile. Lei si pone deliberatamente fuori dalla letteratura. Giusto. Fuori dalla letteratura. E il film, fuori dal cinema. Anche le sbavature del libro, certi entusiasmi di troppo, il film le riprende e le amplifica. La realtà, certe volte, diventa lirica a tradimento.

Beineix racconta che della scrittura di Djian lo colpì come riuscisse a trarre un istante di bellezza da una quotidianità mediocre. Di più: dice che lo catturò il suo romantisme scéptique16 – e oggi, tra i suoi registi preferiti, indica eloquentemente James Gray: l’amore disperato dei misantropi.

Non è una coincidenza che nella difficoltà di convertire in immagine questa écriture parlée17 – «mi sono indirizzato un getto ghiacciato sul ginocchio. Non è stata un’ideona, il mio cuore ha cominciato a batterci dentro»18 – una delle sequenze più esatte e commoventi del film sia proprio un dialogo senza parole, solo sguardi preveggenti di insostenibile intensità e un paio di pestate sul pianoforte, Betty e Zorg al funerale della madre di Eddy. Là, sullo sfondo di una tragedia così annunciata che non può che cauterizzarsi in un riso compulsivo, loro sono davvero lontani da ogni cosa, totalmente concentrati sul proprio miracoloso universo.

La rivoluzione per Beineix, in questo fratello minore di Leos Carax, era l’amore, ovvero la follia amorosa come disobbedienza, la dichiarazione che quell’icona s’è mossa e io l’ho vista muoversi, ero presente. In un mondo di padroni squallidi o schiavi arrendevoli, l’unica arma globale, capace di sputare proiettili di fuoco da una spiaggia con la giostra a una Parigi cartolina (in cui non crederemmo troppo a lungo, ti assicuro, pronta già a diventare una metropoli infettata, criminale, spalmata di luci notturne, che addenta a caso i suoi ospiti portatori sani e morde con la ripetitività dei giorni una folla disgraziata, che il medico Destouches aveva dipinto in altri anni con colori benedetti, maledetti). In mezzo a quest’orgia di miserie che non importano a nessuno, nemmeno a chi le subisce, l’illiceità del corpo febbrile è il prossimo decreto passato all’unanimità. È il corpo invaso dalla febbre che si sottrae alla guerra del cane mangia cane, dei poveri contro i poveri, schiacciato sui muri provvisori di quel cinema che non teme di trovare romantico il singhiozzo del sangue sotto la vulnerabilità della pelle. Ed è un’affermazione di ragionevole fede nella febbre. Per non cadere nell’ipotermia dell’ubbidienza.

Venticinque anni dopo 37°2 Le Matin, è ancora questo che ce lo fa adorare.

Temperatura rilevata: 25°19

37°2 Le matin di Jean-Jacques Beineix (1986)

1Voce-off di Zorg nel film.

2 P. Powrie, Jean Jacques Beineix, Manchester University Press, Manchester 2002, p. 111.

3 Philippe Djian , 37°2 al mattino, tr. It. di Daniele Petruccioli, Voland, Roma 2010. Di Djian Voland ha pubblicato nel 2009 anche Impardonnables, edito in Francia da Gallimard, da cui André Téchiné ha tratto il suo ultimo film Terminus des anges.

4 P. Powrie, Jean Jacques Beineix, cit., p. 131.

5 H. Miller, Tropico del Cancro, tr. It. di Luciano Bianciardi, Mondadori, Milano 1991, p. 265: «Oggi mi son destato da un sonno profondo con sulle labbra imprecazioni di gioia, con una tiritera sulla lingua, e ripetevo a me stesso come una litania: “Fay ce que vouldras!… fay ce que vouldras!”. Fai quel che vuoi purché produca gioia. Fai quello che vuoi purché porti estasi. Tante cose mi si affollano in mente quando questo dico a me stesso: immagini, quelle gaie, quelle terribili, quelle folli, il lupo e la capra, il ragno, il granchio, sifilide con le ali aperte e la porta dell’utero sempre schiavardata, sempre aperta, pronta come una tomba. Lussuria, delitto, santità: le vite dei miei cari, gli insuccessi dei miei cari, le parole che si sono lasciati dietro, le parole rimaste incompiute; il bene che si sono trascinati dietro, il dolore, la discordia, il rancore, la lotta che han creato. Ma soprattutto l’estasi».

6 P. Djian, 37°2 al mattino, cit., pp. 42-43.

7 Beineix a Josyane Savigneau in Jean-Jacques Beineix: amoureux d’un récit, «Le Monde», 2 Maggio 1985, intervista citata in P. Powrie, Jean Jacques Beineix, cit., p. 130.

8 Betty in un dialogo del film.

9Precisa Beineix: «Cette histoire est construite à l’américaine, il n’y pas de psychologie, seulement des situations», in P. Powrie, Jean Jacques Beineix, cit., p. 114.

10 Visibile online sul sito creato per il 20° anniversario del film: http://www.372-ledvd.com UPDATE: il sito è chiuso, ma il video è ancora su youtube

11 Nel romanzo di Beineix Zorg ha 35 anni, Betty 30. La versione cinematografica fa scendere la sua età a 20 anni, l’età della Dalle al momento delle riprese, e questa variazione non fa che aggiungere innocenza e splendore alla rappresentazione della fame di vita dei due amanti protagonisti.

12 Beineix, con Carax e Besson, viene inquadrato dal critico francese Raphaël Bassan nella corrente del “cinéma du look” in La Revue du Cinéma, n° 448, Maggio 1989. Un approccio certamente limitante oggi, viste le strade divergenti prese dai tre registi.

13 P. Djian, 37°2 al mattino, cit., p. 334.

14 Ivi, p. 191.

15 Ivi, p. 18.

16  «Romanticismo e cinismo, è un insieme delle due cose. È un romanticismo al quale non crediamo veramente», Beineix a Josyane Savigneau in «Jean-Jacques Beineix: amoureux d’un récit», cit., in P. Powrie, Jean Jacques Beineix, cit., p. 111.

17 P. Powrie, Jean Jacques Beineix, cit., p. 114.

18 P. Djian, 37°2 al mattino, cit., p. 191.

19 La temperatura della morte accertata.

37°2 Le matin di Philippe Dijan (1985)

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