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Nothing’s Shocking n.1 – Mi porti uno Speciale. Dei ristoranti cinesi, del cinema e delle vittime

12/05/2011

Nothing’s Shocking

 nothing's shocking

NEXT CINEMA intercetta

Le lettere di un serial killer cinefilo agli agenti dell’FBI che indagano sui suoi omicidi

n.1
Mi porti uno Speciale. Dei ristoranti cinesi, del cinema e delle vittime

 

Cari detective cazzuti dell’ FBI,

 

al mio sedicesimo delitto siete ancora tanto lontani dalla verità, che ho deciso di aiutarvi. Ho sempre ammirato il modo in cui le vostre bretelle con fondina per arma da fuoco aggiunge un non so che alla camicia non stirata e alla barba malfatta. In un mondo ideale, il più acuto di voi starebbe ascoltando Thelonious Monk appoggiato alla finestra di un 45°piano, con le luci della metropoli che pulsano romanticamente, mentre io pianifico, ordisco, tramo e alla fine agisco, mentre invece vi osservo e devo constatare con immensa tristezza, che dio vi fulmini, che state di nuovo riguardando le repliche di CSI davanti ai cartoni della pizza da asporto, mentre il seme dei lombi del più cretino di voi piange in un angolo perchè gli avete confiscato la playstation puntandogli la 357 Magnum in mezzo agli occhi. Per giocarci voi.

 

Visto che non posso essere affascinante come Ted Bundy, col suo ardente sorriso da stufa a gas, mi piacerebbe almeno essere grasso e goffo come il Figlio di Sam, con quella sua spaventosa andatura caracollante, e prendere ordini da un grosso cane nero, o da un regista nero come Spike Lee, o avere i denti marci di Richard Ramirez, o il raffinato pallore balcanico del grande Chikatilo, o il suo lieve strabismo. Ma purtroppo sono di media corporatura, con la classica faccia che nelle foto scolastiche sembra già cancellata, come nei j-horror fatti in serie, la faccia degli spettatori degli studi televisivi pagati per applaudire, quando non vengono inquadrati; e nessun segno particolare che possa agghiacciarvi, salvo una sciocca miopia, che tuttavia non mi risparmia dall’essere accecato dalla bellezza della divina Lauren Bacall, che ho messo in cima al mio lettino di ferro da seminarista. Femmine simili non se ne vedono da secoli (e tantomeno al cinese); detto ciò, per la Bacall non provo che rispetto. Non potrei tagliarle nemmeno le unghie con un tronchesino da cameriera personale durante la toilette, figuriamoci la gola. I miei preferiti comunque restano Olindo e Rosa, armati di tagliapatate, cattivi come i bifolchi di Calvaire nella campagna belga, che vanno a macerare hamburger al McDonald con le loro tozze mascelle assassine, tutti giulivi dopo la strage. Chiaro che non sono finiti in un cinese: il cinese è roba raffinata, non alla portata di tutti.

 

So che volete il trauma infantile per dare uno straccio di pista ai reporter, visto che non ci avete in mano niente. Per giustificare l’esistenza di mr. francesco bruno, dovrei mandarvi delle foto mie adolescente con la t-shirt degli Impaled Nazarene in bella mostra in una notte di bagordi al cimitero. Bene, ce l’ho. Il trauma, dico. La maglietta no, perchè avevo talmente tante voci nella zucca da rendere superflua l’abitudine di dilettarmi con la musica, e osservavo con stupore i miei coetanei che ascoltavano il black metal. Sapeste che razza di sinfonia era il mio cervello fiammeggiante. Ma il trauma, sì. Fu la lettura, a 10 anni, del Manuale di Sopravvivenza: ho presto scoperto che non sarei stato capace di sopravvivere a nessuna condizione d’emergenza. Non dico tagliarmi una zampa in cancrena penzolando dalla cima di un albero col paracadute fuori uso nel bel mezzo della giungla, come sembrava saper fare l’autore del manuale, ma almeno costruire un cazzo di acciarino nel cortile di casa, fosse necessario dare fuoco alla nonna posseduta dalla fine di Topazio. Acciarino è una parola che ho imparato nelle fiabe di Hans Christian Andersen, così come occhi come tazze e occhi come torrioni (e quest’ultimo mi riempie di terrore). A proposito di Topazio, quella cieca angelica, Grecia Colmenares, era un tipo che sarebbe piaciuto a Jess Franco, e pure a Jean Rollin, con le chiome stirate a ferro rovente, il naso francese e l’abitudine di andare in giro in camicia da notte con lo sguardo vacuo ad ogni pretesto. In fondo le soap opera di allora avevano una loro innocenza, con tutti questi figli scambiati nelle culle, con queste fanciulle disabili avvolte dalle luci flou alla David Hamilton che presto, di coito in gravidanza, di capitale in investimento, si trasformavano in paranoiche e laide arrampicatrici con le vestaglie di marabù sporche di conserva. Insomma la vita. Ma all’epoca ero inerme. Non sapevo nulla! Non avevo ancora scoperto la televisione italiana, e soprattutto il ristorante cinese.

 

Non frignate, la mia teoria è presto detta: che il ristorante cinese, per noi occidentali ovviamente, è una stramaledetta porta parallela per un’altra dimensione, l’esperienza X e anche quella Y, e principalmente il luogo deputato alla morte delle storie d’amore.

 

Intendiamoci, io adoro il cinese. Ho sempre detestato quel cazzo di Lecter con le sue ricette gourmet d’alta cucina, lo sguardo arty di Issei Sagawa mentre mastica i seni della studentessa, quel biondino slavato di Dahmer che mescolava bocconcini di vittima con il sesso. Quando si mangia, si mangia, dico io! Non dipingerò quadri in prigione, belli miei, e non troverete patetiche incisioni lo-fi con la chitarrina, in cui tento di imitare il Charlie Manson dei bei tempi andati. Sono più un tipo sadiano, io. Mi trovo bene nel caos ordinato. Ebbene, il cinese è il regno dell’imponderabile, signori! Il puzzo di fritto, l’acquario con i pesci boccheggianti, l’arredamento di infimo ordine, il vociare costante che tenta di oltrepassare il muro delle musiche pop cinesi sintetizzate alla buona, quel senso di spossatezza che comincia a permearti le viscere dopo i primi bocconi di porco in agrodolce, le schiave vietnamite che si fingono cine, il padrone con l’accento misto esquilino-tor bella monaca che si finge giappo, il crack dell’involtino primavera che finisce di cuocersi sulla mia lingua, la proprietaria che declama con voce squillante e senza punteggiatura se voglio veramente solo una porzione di pollo al bambù, ecco, è come una sculacciata. Mi fa bene allo spirito.

Il guaio è quando inizio a osservare le coppie.

L’uomo è l’animale più pericoloso, lo diceva anche il killer dello Zodiaco.

Il modo in cui si fissano con odio malcelato al di sopra del piatto-tartaruga che li inonda di vapore.

Le loro risate chiocce di fronte all’incapacità – d’altronde del tutto scenografica – del cameriere di arrotare una r convincente. La segreta consapevolezza che il cinese è il luogo più esotico a portata di mano, e il più familiare, per potersi dire cose orribili.

Al cinese sono finite tutte le mie relazioni. Sono anche iniziate lì, a dire il vero, perchè come ogni luogo magico, il dannato cinese è ambiguo, mellifluo, ti inganna con l’altra faccia della medaglia. Prendiamo Eternal Sunshine of the Spotless Mind e quel momento sottile che tutti conosciamo in cui guardarci dall’esterno che mangiamo ci rende più estranei a noi stessi e all’altro. “Non voglio diventare come quelle coppie tristi nei ristoranti che non hanno niente da dirsi” (cito a braccio, non sono sempre un serial killer e non il mereghetti). Lo sguardo ostinatamente indipendente della Winslet che adopera benissimo le bacchette per il cibo, più avanti, lo sguardo manifestamente ostile di Clementine che affonda nella confezione di carta per i noodles, quando il cinese sul divano è diventata un’allucinazione quotidiana e l’amore una riscrittura, un esercizio di riabilitazione, la fisioterapia scomoda a cui non si rinuncia. La scrittura amara di Charlie Kaufman stemperata dallo sguardo dolcemente fuori fuoco di Gondry: una fotografia che non perdona.

 

Fatto sta che via via che la storia d’amore si disintegra, aumentano le puntate al cinese: fateci caso. E se per voi non è così, sappiate che sono pronto a uccidervi. Scherzavo. Non uccido per un motivo, solo senza. E comunque la mia amica Joanne, la vibrante alcolizzata, la diva dei ballabili, è d’accordo con me. Anzi la prima maledizione del cinese me l’ha fatta notare lei. Ed è il miglior luogo al mondo per litigare senza rimedio, per inciso. Siete dei buzzurri senza costume, senza nerbo, e volete degli altri esempi. Va bene. Nel bellissimo Post Mortem di Pablo Larraín c’è Alfredo Castro (ecco uno che vorrei facesse me al cinema un giorno. Tagliente, ma indefinito, come poroso, raccapricciante anche solo nel guidare l’automobile e cucinare un uovo. Che uomo! E a me invece restano le briciole, arti qua e là, e nemmeno qualche bella spilletta con il mio nome). Ebbene, il suo grigio spaventoso funzionario governativo addetto alle autopsie e la spelata, vecchia ballerina andata a male che lui crede di amare sono al cinese, mai sequenza fu più cinica e terribilmente triste. Nel Cile squassato dalla morte, sarà nell’improbabile cinese, dietro un paravento di finti uccelli del paradiso, in mano i grossi menù unti, pesanti appunto come casse da morto, con i bordi dorati, che i due si esibiscono in uno dei dialoghi più malati e meravigliosi dell’intera storia del cinema. Una proposta di matrimonio tanto urgente quanto irreale, che cade nel vuoto, e non un boccone mandato giù. In Pola X, ennesimo capolavoro incompreso di Leos Carax, amante che nessuno di voi si merita, Katya Golubeva, l’aliena di Šarūnas Bartas, di Bruno Dumont e Claire Denis, in questo film che prende Pierre o delle ambiguità di Melville e lo incarna nei corpi desolati di un presente miserabile, accenna un sorriso nell’unica scena del cinese, in cui i compagni di cena improvvisata, tra cui una piccola stracciona e un uomo che sta andando alla deriva, soltanto allora, trovano il modo di ridere ubriachi, sotto attacco di un ossigeno invisibile. Sempre il suo volto da aliena, in Twentynine Palms di Bruno Dumont, storia di un viaggio verso la condizione insopportabile di essere davvero visti dall’altro (specialmente nudi e violati) si rompe in mille frammenti di perplessità, si oscura, all’interno di un cinese hi-tech, con le sedute in finta pelle azzurrina come in frecciarossa, al semplice passaggio di un’ombra. I corpi allacciati e penetrati che a stento si indovinano tra inglese e francese cominciano a perdere colpi.

E infine Morte al demone Allegra Geller!, proprio, eXistenZ. Il quieto delirio ghiacciato del grande canadese assume una forma davvero inquietante soltanto al ristorante cinese, dove il mite Ted Pikul, incastrato nella voracità folle del suo avatar, insiste per mangiare il misterioso Speciale, un gustoso naked lunch catapultato da Tangeri alla Cina, capace di generare un’arma mutante. Bingo! Da allora non faccio che chiedere lo Speciale, e spesso mi viene servito un fotoromanzo.

 

Mi dispiace che negli ultimi film che mi sono piaciuti tra una vittima e l’altra non ci siano ristoranti cinesi per rendere più attuale la mia teoria. Per esempio The Fighter di David O’Russell, l’unico finto dramma sul pugilato capace di farmi ridere di fronte a un tossico di crack che ruzzola dalla finestra per sfuggire alla madre autoritaria, il potente gioco tragico di Incendies di Denis Villeneuve (e in guerra e in prigione col cazzo che c’è da andare al cinese, questo lo capisce anche un serial killer dal quoziente intellettivo insolitamente basso come il mio) o La Meute, spassoso horror di Franck Richard, con un Philippe Nahon da antologia: stavolta l’indimenticabile macellaio di Seul Contre Tous, poi in vacanza da Gaspar Noé e prestato a tanto ottimo cinema franco-belga, è un improbabile sceriffo che indossa una t-shirt da concerto: I fuck on the first date.

 

Ma per parlare di cinema, c’è sempre tempo. Alla mia diciassettesima vittima vi scriverò un’altra lettera. E vorrei approfittarne per offrire i miei servigi a chi si senta perfettamente a suo agio in questo paese. Lo sevizio e lo uccido a priori. Lo uccido e lo riporto in vita per ucciderlo ancora. Lo strapperò alla sua condizione di morto vivente da ingannare con i fuochi d’artificio. Anche i serial killer hanno qualche nozione di lotta di classe. Omaggi alle vostre signore e dormite sonni tranquilli.

 

Vostro,

 

Il Disturbatore

 

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