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“Speranza di vita” ovvero “an acceptable style of dying”

05/12/2011

les revenants - they came back [robin campillo]

Ovvero: negazione della morte, dittatura delle nuove metafisiche, nuove promesse di immortalità (garantita a chi fa uso di vitamine, farmaci, cultura fisica, abbronzatura e buoni sentimenti) culto del giovanilismo, trascendenza riproposta attraverso la medicalizzazione dell’esistenza umana, sottile configurazione della vecchiaia come patologia, nè più nè meno.

Messa al sicuro dei privilegi di pochi. Il consumo (di alcuni) e lo sfruttamento (di tutti) vengono ammanniti insieme al paternalistico marketing della salute&bellezza, la nauseabonda retorica del “mantenersi in gamba” “mantenersi in forma” (la forma imposta e normalizzata) “essere ancora pieni di vita” (si, a patto che la vita non si discosti dalla norma) dover scegliere tra la maschera giovanile o la menzogna dell’idillio della vecchiaia.

Dover essere ancora falsamente “integrati” nel circuito sociale (sì, a patto di non essere troppo vistosamente poveri, malati, sofferenti, migranti, ostaggi psichiatrici, trans, dissidenti, declassati, morenti – insomma revenants, o di esserlo, ma CON LA MASSIMA DISCREZIONE).

Non fare troppo rumore quando si muta.
Non fare troppo rumore quando si invecchia.
Non fare troppo rumore quando si muore. Andarsene da bravi, senza turbare la quiete pubblica.
L’individuo, senescente o malato,

 (…) deve confidare nella guarigione oltre ogni realtà, in ciò
sostenuto dall’ottimismo ostentato dei parenti e, qualora egli non
possa che arrendersi all’evidenza, è bene che dimostri saggezza
ed altruismo, risparmiando agli altri sofferenza, panico e
disperazione.*

Non basta che (…) sia discreto, bisogna anche che sia aperto e
ricettivo verso i messaggi. La sua indifferenza rischia di creare
nel personale medico lo stesso imbarazzo di un eccesso di
emotività. Vi sono dunque due modi di morire male: uno
consiste nel ricercare uno scambio di emozioni, l’altro nel
rifiutare la comunicazione. **

Il malato o morente ideale – dal quale si ottiene il minimo strepitio, (in caso contrario si turberebbe l’atmosfera asettica ed efficientista dell’ospedale, demoralizzando gli altri pazienti, incrinando un concetto di sofferenza come dominabile dalla tecnica…) oltre a non nominare, a rispettare l’interdetto, deve collaborare

Se proprio si deve morire, anche nell’esercizio del proprio lavoro, prima, raccomandano, che si combatta coscienziosamente “la battaglia contro il brutto male” (che sia il cancro o la vecchiaia) perchè arrendersi, da parte del malato, sarebbe antisociale, un atto di ribellione imperdonabile, un gesto indelicato nei confronti della «necessità di essere felici, il dovere morale e l’obbligo sociale di contribuire alla felicità collettiva, evitando ogni causa di tristezza e di noia, dandosi l’aria di esser sempre felici, anche se si tocca il fondo della desolazione»***.


Il senso di questa strategia: conservazione dei privilegi dei pochi, prolungamento del VALORE DI MERCATO di un individuo, PROLUNGAMENTO DELLA PRODUTTIVITÀ DELL’INDIVIDUO FINO ALLA SUA MORTE.

Mai come oggi sento di dover rileggere ancora una volta le parole di quel tale che sopravvissuto ad Auschwitz ha deciso di non lasciarsi sopravvivere alla sopravvivenza

“In questo mio procedere a tastoni ho dovuto abbandonare passo
passo tutte le speranze da sempre evocate da chi invecchia, ho
dovuto togliere vigore al conforto. Tutti i mezzi raccomandati,
su come sia possibile accettare, addirittura attribuire valore al
declino – nobiltà della rassegnazione, saggezza crepuscolare,
tarda pacificazione – mi parevano ignobili inganni, contro cui si
doveva mobilitare ogni parola.”

“Cosa siamo in fondo noi umani? La dimora di atroci dolori, pensa A., svegliato nottetempo da un mal di denti.(…) Come ho appreso da innumerevoli barzellette, la protesi dentaria non è una tragedia, è solo ridicola. (…) A non è d’accordo poiché ritiene che la protesi dentaria abbia la medesima sostanza tragica del personaggio di Re Lear nella landa, ed è convinto che chi non può addentare un pezzo di carne sprofondi in uno strazio osceno. La vita non è quindi solo la dimora degli atroci dolori che A avverte nella mandibola (…) ma anche un’alta corte dello scherno. (…) Il mondo, inteso in questo caso come insieme sociale, non ci perdona che il processo di materializzazione che avviene in noi si compia davanti ai suoi occhi e ci dedica solo la buona assistenza medica* e la mordace barzelletta, entrambe sorte dal desiderio della società di tenerci lontani.”****

Rivolta e rassegnazione  [Jean Améry] 1988

* Aldo CAROTENUTO, L’eclissi dello sguardo
**  Philippe ARIÈS, Storia della morte in Occidente
*** Ivi
*  di questi tempi, probabilmente neanche più quella
**** Jean AMERY, Rivolta e Rassegnazione

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