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L’astragalo

17/01/2012

Capita a volte di leggere un libro e di sentirci dentro l’eco dei propri pensieri: come se qualcuno li avesse filtrati in una cerimonia del tè privata di solennità,  esposti senza tanti pudori e serviti con parsimonia, lasciando solo l’osso, e liberandoli di tutte le bugie (soprattutto quelle che diciamo a noi stessi). Qualche volta, mi succede anche di identificarmi con chi scrive come se fosse un fratello, legato a me da una conoscenza comune e sotterranea che io non avevo ancora osato dire, lui sì. In verità questa seconda cosa capita raramente, e in tutti questi anni di libri e di risonanze, la persona che più di tutte immagino come una sorella si chiamava Albertine Sarrazin (che è un nome come un altro, frutto di adozioni). Non ho familiarità con furti e rapine, nè con il carcere e la malavita francese nè con la prostituzione per soldi (lei sì) ma il suo linguaggio, il modo in cui decifra i sentimenti in parte disprezzandoli, in parte riconoscendoli, mi sembra strappato dalla mia bocca e certe volte, da quando da ragazzina ho letto L’Astragalo in questa brutta copia del “club degli editori” rubata dallo scaffale di mio padre, che costava 1600 lire, credo anche di averlo insensibilmente imitato, senza saperlo. Non c’entrano niente le abusate metafore della prigione – io non sto morendo come sta morendo Chloe e lascerei ai poeti il compito di descrivere confini, porte chiuse e secondini – ma il modo in cui questa persona ha parlato, si è mossa, ha vissuto in qualche modo secondo un abbandono resistente, abbandonandosi agli eventi ma resistendo coriacemente a tutti gli aspetti ai quali non voleva sottostare. Mi ha colpito la naturalezza della direzione in cui si rivolgevano le sue pratiche distruttive, mai su chi era troppo sciocco o troppo debole per farsene carico (questa cosa io la devo ancora imparare). L’astragalo è un osso del piede cruciale per camminare e durante un’evasione Albertine lo distrugge; viene raccolta da un tizio che ha “il viso che hanno i camionisti di notte: la pelle lucida, la barba che incomincia a crescere, e quell’espressione sciupata e contratta”. Le basta poco per indovinare le “stimmate impercettibili per chi non ha conosciuto la galera: un modo di parlare senza accompagnarsi con le labbra, mentre sono gli occhi a esprimere, per confondere, per indifferenza o l’opposto; la sigaretta nel cavo della mano, la scelta della notte per agire o anche solo per parlare, dopo la costrizione del silenzio diurno”. L’evasa viene spostata come un pacco da una stanza all’altra, nascosta, in qualche modo curata, e il libro è la storia della sua  “zampa”, delle sue “cucce”, le stampelle sono pezzi di legno, le lacrime acqua, donarsi anima e corpo a qualcuno “non esclude la necessità di cambiarsi le mutande”; e di questa sua strana quarantena popolata di altri evasi e dei loro figli che le sorridono rispettosamente credendola una “signorina” o reclamano la sua attenzione con dispetti da poco, del suo strano amore senza squilli di tromba per quest’uomo, Julien, un ladro, che al posto dei balbettii dei clienti “come sono scoccianti con i loro ti amo, come sono lontani dall’amore!” si limita a dire come a un complice: “non tentare di venire a casa di mia madre, non muoverti da Parigi, aspettami, tornerò sempre”. Sarà lei stessa, quando può muoversi, zoppicando ancora appena, a non poter tornare, alla fine del libro (“sul pianerottolo c’è un uomo, non troppo alto, l’aria bonacciona e soddisfatta: Buongiorno, Anne. mi dice. è un bel pezzo che ti cerco, sai? Andiamo, cammina, ti seguo. E non cercare di correre, eh?”). Albertine ha scritto questo libro durante una delle sue “vacanze in carcere”. Come è finita la sua vita l’ho letto qui.

L'Astragale

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