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La verità che ti renderà libero (ma solo quando avrà finito con te)

27/02/2012

Fritz Lang sul set di Metropolis (l'immagine che David Foster Wallace avrebbe voluto come cover di Infinite Jest)


Tendiamo ad attribuire a ciò che chiamiamo “verità” un’enfasi che non le appartiene.

A dirla tutta, è MOLTO semplice e immediato scegliere, ogni volta,  tra una versione dei fatti autoindulgente e quel genere di verità che ti colpisce con cristallina precisione, naturalmente contro la tua volontà, in quei momenti che definisco ah ci farà i conti di notte quando si sveglia va in bagno e si guarda allo specchio.

Urge esempio:

– qualcuno (A) si comporta in modo immondo, spregevole, arrogante e mediocre, tipicamente nei confronti di qualcuno (X) reso debole/impossibilitato a difendersi/in minoranza/caduto in miseria, da questo mondo delirante.

– io (B) assisto senza poter sferrare il contrattacco per le più svariate ragioni, oppure sferrandolo ma senza riuscire a fare davvero male (un certo tipo di ignoranza razzista, per esempio, resiste a ogni raffinato disprezzo ci si possa inventare).

– è qui che B si allontana ringhiando dentro e si dice: COL CAZZO. SE LA DOVRÀ COMUNQUE VEDERE CON SE STESSO LA NOTTE, QUANDO SI SVEGLIA, VA IN BAGNO E SI GUARDA ALLO SPECCHIO.


Non parlo di tornare sull’accaduto, capire, pensare, cose del genere: a uno come A, non accade. Tutto è molto più banale e fortuito. Magari si sveglia per un rumore, ha sete, deve pisciare, cose del genere. Va in bagno, accende la luce, piscia, oppure va in cucina, beve, va in bagno, piscia, eccetera eccetera. Però finisce che coglie un riflesso nello specchio. In quella faccia magari impeccabile, affiora un pallore, una ruga, una sgualcitura, una deformità improvvisa. Si guarda da un lato e dall’altro, solo una leggera stempiatura, o la pelle sembra afflosciarsi un po’ sulla sinistra, colpa della luce al neon, ma non è questo. Il  consolidato rifiuto di A di giocarsi la partita della propria carne reale, della propria vulnerabilità, sta già facendo il suo dovere, lo sta già rassicurando. Potrei giurare di sentire con le mie orecchie il rumorino dell’ingranaggio oliato a meraviglia, il meschino senso di colpa cattolico che viene ricacciato indietro con bonaria autoassoluzione. Eppure… un’incrinatura, una impercettibile frattura interna, un’ombra cupa, qualcosa che resta nello specchio, anche dopo che ha provato il sorriso forzato che ha appreso in anni di diligente apprendistato in società, ha spento la luce ed è filato a letto. PAURA. So che la prova. Un secondo dopo se ne è già dimenticato. Ma: PAURA.

Quanto a me, vado in bagno di notte con molta tranquillità. Lo specchio mi rimanda decine di immagini che magari non comprendo, ma non ha il compito di ricordarmi quanto sto vivendo e quanto sto morendo perché con quello devo vedermela ogni minuto durante il giorno, e non mi coglie di sorpresa. Non è affatto una scelta eroica e forse nemmeno una scelta.

Ma se lo è, tutto è iniziato a sette-otto anni, quando fin dal mattino sognavo di andare alla festa di compleanno di una ragazza più grande che ammiravo con fervore e che con gli anni ha finito per assomigliare sputata a P.J. Harvey (e mi compiaccio delle mie attrazioni infantili).
Ora, la mia mamma era ancora convinta di potermi strappare ai satanisti, alle droghe leggere e pesanti e agli atti di vandalismo, e mi negò recisamente il permesso di andare. La festa era al decimo piano del palazzo di fronte al mio, e già il fatto che fosse così in alto ne faceva ai miei occhi una specie di paradiso esotico dove sarebbero accadute cose indicibili, per cui mi struggevo disperatamente. A ciò si aggiunga che la mamma, mentre io sul balconcino di casa mi difendevo vergognosamente dalle domande degli altri bambini (ma insomma, perché non puoi venire? se ci andiamo tutti!) impulsivamente aveva pensato bene di uscire sulla scena e  tuonare di fronte alla mia prediletta: IO DA LEI NON TI CI MANDO! Ed eccomi esposta al pubblico ludibrio e allo scherno di tutti i presenti, soprattutto della mia adorata, profondamente offesa dalla sortita materna. Orrore! Fottuta a vita! (all’epoca ancora non sapevo che i bambini dimenticano facilmente).

Viene il pomeriggio, e io come ogni altro giorno giro in bicicletta per la piazza, ma sudando freddo e in preda all’angoscia più massiccia. Tutti i bambini schiamazzano sul balcone della festa lassù – tutti tutti, perfino la Vittima Designata, una disgraziata ragazza che non imparava a difendersi e che tormentavamo nei modi più abbietti, alla quale la mia adorata, con deliziosa malvagità, dava di solito 10-20 passi di vantaggio quando giocavamo a rincorrerla e a sottoporla a torture varie (tanto ti prendo comunque). Quando qualcuno mi individua, con la schietta crudeltà tipica dei  piccoli mostri che siamo da piccoli – non che da grandi siamo meglio – inizia a deridermi dall’alto: TI STAI DIVERTENDO?
Naturalmente nel giro di un secondo si affacciano tutti per giocare al prendiamo a picconate la nuova vittima e gridano in coro ridendo e folleggiando: TI DIVERTI, EH, TUTTA SOLA?
Ricordo di non aver esitato nemmeno un istante – mentre continuavo pateticamente a girare in tondo con la mia biciclettina proletaria – e rispondevo istintivamente: NO.

Il giorno dopo la Vittima Designata mi raggiunse (forse credendo che dopo una tale eclatante umiliazione, almeno io avrei avuto pietà di lei, e che da quel momento saremmo diventate complici nel masochismo). Eccola rivolgersi a me con un’arietta spregiudicata che non le avevo mai visto addosso, e che avrebbe dovuto farmi comprendere che tipo di donna sarebbe diventata da adulta: di quelle megliolefilippinedellerumene,sonopiùlavoratrici,èverol’hosentitoabuonadomenica, che ritengono che la loro realizzazione nel mondo dipenda da quanti chili di animali morti portano spalmati sulle spalle e dal peso specifico del brillocco – grazie Anna, amore –  che un padrone d’accatto ha infilato a forza sul loro dito che mai pulì un piatto o il culo di un vecchio. Credo che oggi la Vittima Designata stia lavorando nella moda, per inciso, come manager o cose del genere.

E mi fa, con tono mondano: Ma che ti è saltato in mente? AVRESTI DOVUTO FINGERE. Avresti dovuto rispondere che sì, ti stavi divertendo, per non dargli soddisfazione!

Eccola là! Così comincia la finzione Totale. Così comincia la morte della verità. Basta applicarlo a tutte le altre cose della vita.
Mai mostrare le piaghe percaritàdiddio. I panni sporchi si lavano in famiglia. Sorridete compite, anche con una spranga di ferro nel culo, da signorine a modino. NO! TI DIVERTI? NO! CAZZO, NON MI DIVERTO AFFATTO, E CHE MI PIACCIA O NO, QUESTA É LA STRAFOTTUTISSIMA VERITÀ DI QUESTO ISTANTE.

Sarà una piccola cosa, ma diceva quel russo di delitto e castigo, è sempre per le piccole cose che ci si perde.


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