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CANNES 65: Un Certain Regard & Quinzaine des Réalisateurs [e di chi è e come sta il cuore di Jack, e il suo dotto biliare]

29/04/2012

Un Certain Regard

ELEFANTE BLANCO, di Pablo TRAPERO [anche qui]

Ricardo Darín, Jérémie Renier, Martina Gusman e Pablo Trapero sul set di Elefante Blanco

I film di Pablo Trapero sono il corrispettivo cinematografico di un infarto del miocardio cosiddetto silente o paucisintomatico.
Ricopio rapidamente dal sito Cardiolab “Dimmi chi sei, ti dirò come stai” (dove, per la cronaca, non ho osato spingermi a fare il test su chi è e come sta il mio cuore, visto che fumo circa due pacchi di sigarette al giorno da 15 anni):

Alcuni attacchi cardiaci si manifestano in maniera improvvisa e intensa, non lasciando quindi alcun dubbio, nel soggetto colpito, di che cosa stia accadendo.
Molti altri, invece, cominciano lentamente in maniera subdola con lieve dolore o sensazione di disagio.

Ecco Trapero! Mi riferisco in particolare a due film recenti, Leonera e Carancho. Per quanto le storie di Trapero siano terribilmente drammatiche, il suo sguardo non è mai insistito, teatrale, non gli interessano nè lo spettacolo nè i colpi bassi. Invece è una carezza dolente, una luce compassionevole che solo alla fine del film, per molti giorni, ti lascia a scoprire che insieme al velluto del suo sguardo amorevole, forte, impietoso, ti sei passato sul corpo una specie di guanto di spine.
I protagonisti di Elefante Blanco sono due sacerdoti in una zona miserabile nei pressi di Buenos Aires, e sono certa che Trapero saprà picchiare duro sull’ipocrisia della chiesa contrapposta all’umanità di chi lavora sul campo.  Non vedo l’ora di vedere ancora Ricardo Darín, che è un po’ la versione argentina dell’amatissimo (da me) Vincent Lindon, – sono attori ai quali bastano le rughe, un’alzata di sopracciglio, una smorfia ironica per sintetizzare l’imprevedibile follia del quotidiano – Martina Gusman, che è la protagonista sia di Leonera che di Carancho, la compagna e coproduttrice di Trapero, e un’attrice di bellezza tanto fiera e profonda che mi commuove, specialmente perchè totalmente priva di vezzi, capricci o smorfie di cui altre sembrano fare la loro ragione di vita e non capisco cosa c’entrino con il cinema, e Jérémie Renier, che ultimamente si è dato a qualche cosa non memorabile, ma che ricorderò sempre al confine tra la paura e la malizia, tra la colpa e l’innocenza, per merito di Ozon (Les amants criminels) e i Dardenne (La Promesse, L’enfant e Le silence de Lorna).

LAURENCE ANYWAYS, di Xavier DOLAN [anche qui]

Melvil Poupaud in LAURENCE ANYWAYS di Xavier Dolan

Le eccezioni che si possono fare al cinema di Xavier Dolan sono prevedibili: non voglio nemmeno più di tanto confutarle. Il suo uso sfacciato delle musiche, dei colori, dei costumi, bla, bla. Dirò soltanto: provateci voi a scrivere un film come J’ai tué ma mère a 17 anni, e a dirigerlo e interpretarlo (insieme) a 19 anni. Provateci voi a esprimere il dolore e la solitudine della vostra post-adolescenza senza cadere nel pietismo, e poi a disegnare i tragicomici meccanismi delle vostre ossessioni amorose in un film dolce, triste e adorabile come Les amours imaginaires. In tutto questo diventate una star, ma conservate una freschezza e un’umiltà che mancano a molti. Raccontate ai giornalisti che invece dei boccoli angelici dell’ attore feticcio Niels Schneider onestamente preferite dei ragazzi più barbuti e muscolosi, ma non ne fate un caso. Le variabili dell’amore che sapete tracciare oltrepassano le logiche binarie gay/etero e lo dimostrate passando al contrattacco: girate un terzo film il cui trailer è già un CAPOLAVORO, che passa in rassegna tutte le possibili emozioni di cui è fatto un essere umano, scegliete attori di una bellezza dolorosamente intelligente o di un’intelligenza dolorosamente bella, il che per quanto mi riguarda è lo stesso (su tutti Melvil Poupaud). E avete ancora solo 23 anni.
Sempre per quanto mi riguarda, io a 23 anni ero solo una gran testa di cazzo incapace di portare a termine alcunchè.

AIMER À PERDRE LA RAISON, di Joachim LAFOSSE

Tahar Rahim, Émilie Dequenne in Aimer à perdre la raison di Joachim LaFosse

Cinema belga, austriaco e francese mi sembrano oggi estremamente orientati a restituirci dei fatti di cronaca nera nella forma di una domanda: non “perchè è accaduto?”. Sarebbe impossibile rispondere. Ma: “come può essere accaduto?” e la risposta è sempre aperta. A questo lieve sbigottimento, o orrore agghiacciato, si unisce la sensazione che si debba ammettere definitivamente che l’uomo comune, che ti abita di fianco o addirittura dentro, è pure questo.

Aimer à perdre la raison è scritto da Thomas Bidegain (Un Profeta e De rouille et d’os di Jacques Audiard) e ragiona su un delitto del ’97 (madre trucida cinque figli e tenta il suicidio, ma sopravvive, il padre resta in vita). La coppia di protagonisti è a dir poco splendida: lui è un profeta Tahar Rahim, nato per fare l’attore anche se nessuno lo avesse mai scoperto, magnificamente istintivo anche nel non eccelso Love and Bruises di Lou Ye (a proposito, quest’anno a Venezia l’ho incrociato in un angolo solo, con una maglietta slabbrata – ma non da rocker: proprio messa là per caso –  e un cappello da zingaro. Era bellissimo, anche perchè sembrava uscito in quel momento da un cantiere).
Lei, è la Émilie Dequenne dei fratelli Dardenne (“Ti chiami Rosetta. Io mi chiamo Rosetta. Tu hai trovato un lavoro. Io ho trovato un lavoro. Tu hai trovato un amico. Io ho trovato un amico. Tu hai una vita normale. Io ho una vita normale. Tu non finirai in un buco nero. Io non finirò in un buco nero. Buonanotte. Buonanotte“.). Poi, cresciuta, è stata una lost girl piuttosto convincente in La Meute di Franck Richard, un horror divertente e sottilmente malato, non bello quanto il grande Calvaire, con il quale però condivide le ambientazioni popolate da villici fuori di testa (rural horror?) e che vale la pena menzionare solo per l’immenso Philippe Nahon di Seul contre Tous che sfoggia sullo stomaco da bevitore la t-shirt “I fuck on the first date”, eppure è il buono della situazione.

THE DAY HE CHOSE HIS OWN FATE, di Koji WAKAMATSU

The Day He Chose His Own Fate: Yukio Mishima secondo Kôji Wakamatsu

Non riesco a immaginare uno spirito più elevato che possa interpretare la vicenda umana di Yukio Mishima: anche se distante dal punto di vista politico, lo spirito indomito di Koji Wakamatsu è capace di raccontare la rabbia e l’estasi, la violenza della carne e la sua vulnerabilità, la perfezione della bellezza e la sua caducità, come forse nessun altro. Sono anni che l’immenso giapponese racconta il nocciolo dell’umanità, la sua capacità di essere indifferente, vendicativa, terrorizzata, sadica, masochista, immobile o disperatamente in moto. Quando penso a Mishima, mi torna sempre in mente Trastulli di animali : un piccolo libro che dice tutto quanto c’è da dire sulla crudeltà dei rapporti umani, quasi una breve allucinazione che tocca tre diversi punti di vista, consentendoti di sentire lo splendore della pelle, l’oscenità della paralisi, la stilettata di un sorriso e la consistenza delle mani che lavano un altro corpo. Arata e Shinobu Terajima erano già in Caterpillar, davvero infernale manifesto della guerra fuori dal corpo e dentro di esso.

Quinzaine des Réalisateurs

Tutti i film della 44° Quinzaine des Réalisateurs - Cannes 65

Tutta la Quinzaine minuto per minuto: ode al cileno Pablo Larraín (il finale del suo Post Mortem fa ancora parte dei miei migliori incubi cinematografici – cinematografici si fa per dire); una giovane messicana sulla quale scommetto, Yulene Olaizola, che utilizza una residenza artistica per lavorare con la gente del posto, invece di produrre fuffa pseudointellettuale, e sputa fuori Fogo, delle immagini che a prima vista sembrano uscite da un film di
Šarūnas Bartas, gli stessi occhi parlanti infilati in un paesaggio muto e aspro; l’ultimo film di Raúl Ruíz, La noche de Enfrente, girato durante la lunga malattia che poi l’ha ucciso. Sempre più registi anziani e proprio sull’orlo del precipizio filmano in fondo la propria morte, e mi piace immaginare il vecchio Ruíz che si aggira nello stesso sogno del suo film, nella stessa rete dove è impossibile distinguere la verità dalla finzione.

FOGO - Yulene Olaizola - cannes 65

FOGO - Yulene Olaizola - cannes 65

Perchè il cinema è proprio un buon posto per dimenticare

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