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Beau Travail – lontano, lontano

14/05/2012

BEAU TRAVAIL [CLAIRE DENIS, 1999]

I sottotitoli finalmente qui, grazie ad asianworld

beau travail - claire denis - i sottotitoli in italiano grazie ad asianworld

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Versione visionaria e ipnotica del racconto di Herman Melville Billy Budd, forse il più bel film di un’autrice maiuscola: Claire Denis. Come Leos Carax, che in Pola X ha riversato non la forma, ma la sostanza di un altro suo romanzo, il maledetto Pierre ou les Ambiguïtés, la Denis non sceglie un adattamento tradizionale, ma cattura alcuni bagliori, alcune coordinate del testo di partenza solo per rimescolarli nella propria visione quasi esoterica del cinema e seguire la strada tutta personale dei suoi racconti sempre di frontiera, dove più che lo svolgimento dei fatti conta una percezione tattile, quasi mistica, dove ciò che viene espresso da nervi, muscoli, sguardi, cambi d’umore e di postura, è quasi una massa di onde magnetiche che influenzano l’ambiente e dall’ambiente vengono influenzati. Non importa tanto ciò che accade, ma ciò che sembra sempre sul punto di accadere.
Dei corpi dei legionari in Beau Travail viene offerta l’energia trattenuta, pulsante e tragica, una corrente elettrica di sensualità aspra che viene sublimata, negata e insieme esplicitata da una serie di esercizi fisici solenni come una danza o un rito ancestrale, ma anche dalle inadeguatezze, dalle vulnerabilità, dai silenzi e dalle pause, intervallati da sequenze surreali in cui il soldati stirano i loro abiti nella calura africana o si stagliano immobili nel ricordo di Galoup contro l’acqua, quasi come in una polaroid fabbricata dalla memoria. Stavolta non servono nemmeno i suoni languidi e malinconici dei Tindersticks, con i quali la Denis avrà un rapporto privilegiato lungo tutta la sua carriera, per riempire l’atmosfera elettrica, sospesa e densa che sostiene tutto il film.
Così la regista cuce un tessuto narrativo lirico sui corpi dei suoi attori (Grégoire Colin, volto affilato e ambiguo con la Denis da Nénette e Boni; uno sgualcito Michel Subor, che qui interpreta il comandante Bruno Forestier, in qualche modo sull’orlo di un crollo, un attore che sarà con la Denis anche in L’intrus; la bellezza angelico/luciferina di Nicolas Duvauchelle, che dal Piccolo Ladro di Zonca ha fatto molta strada con la Denis). E soprattutto Galoup, un meraviglioso Denis Lavant (attore amatissimo da Carax, e tra Carax e la Denis forse c’è più di qualcosa in comune) dimostrazione vivente che nel corpo di un vero attore si nasconde una specie di verità, anche spirituale, ma senza metafisica. Basti per tutte la sequenza finale, certamente una delle più esemplari del cinema degli ultimi anni e un modo sorprendente di utilizzare una inoffensiva hit da discoteca, cult degli anni ’90, contrapponendole la devastante fisicità sofferta di Lavant. Non è la prima volta che la Denis si concentra sulla realtà del corpo come veicolo di contenuti, contenuto stesso (anche se in Beau Travail questo linguaggio trova espressione perfetta).Tutto il suo cinema è un viaggio alla ricerca di una bellezza dolorosa che non è facile nè patinata:

I corpi delle attrici ma soprattutto degli attori nel cinema di Claire Denis sono una pagina di scrittura: invece che imprimerci letteralmente sopra delle parole, come fa Greenaway, la regista francese li fa suoi, li possiede, ci fa sesso. L’erotismo dei corpi nei film di Claire Denis non è una questione di pelle nuda mostrata […]. è l’erotismo del non conosciuto, della possessione e al contempo della libertà dell’io più incognito“. *

e ancora: “Il corpo sconvolgente e ferino di Béatrice Dalle, che sembra non farsi neanche toccare, figuriamoci filmare in maniera tradizionale, rappresenta per Claire Denis la bellezza: che è anche quella della leggera effeminatezza via via più matura di Grégoire Colin, della ruvidezza inquieta di Alex Descas, della sensualità senza nome di Isaach De Bankolé, dell’imperfezione stravagante di Vincent Gallo, di Valérie Lemercier e di Vincent Lindon, della mascolinità fuori forma di Michel Subor, fino alla depravazione profonda di Denis Lavant. Il tipo di bellezza che piace a Claire Denis non ha eguali, perchè non è bella, non subisce lo statuto di star (con realtivi strascichi di gossip), non crede nel make-up. A rendere belli un volto e un corpo nei film di Claire Denis è il fatto stesso di non imporsi allo sguardo, e di lasciare che la libertà del piacere possa far sua anche una bocca sporca di sangue e di carne strappata a morsi“. *

Apparentemente succede poco; ma solo perchè è difficile esprimere razionalmente ciò che ci è accaduto o ciò che abbiamo sognato, al mattino dopo. Se ci si abbandona al suo ritmo, Beau Travail sa ripagare abbondantemente chi ne fa l’esperienza. Una visione consigliata soprattutto a tutti coloro che amano vivere il cinema come uno stato di trance e di contemplazione – uno dei pochi che ci sono ancora concessi.

[*le citazioni in corsivo tra virgolette sono tratte dal volume monografico dedicato a Claire Denis dal Bergamo Film Meeting, a cura di Pier Maria Bocchi e Luca Malavasi]

beau travail - claire denis

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