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VENEZIA 69

03/09/2012

Un po’ di materiali sui film più interessanti della 69° Mostra del Cinema di Venezia:

Après Mai (Something In The Air) di Olivier Assayas

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Si apre con una citazione di Blaise Pascal, intesa come una possibile definizione della gioventù, che vive completamente concentrata sul presente:
«Tra noi e l’inferno o tra noi e il cielo c’è solo la vita, che è la cosa più fragile del mondo
E infatti il regista francese (che amo molto: da Désordre a Irma Vep, da Demonlover a Boarding Gate fino all’ultimo bellissimo Carlos) racconta il legame di questo nuovo film con quello che è forse il suo capolavoro, L’Eau Froide, uno dei ritratti più intensi dell’adolescenza mai girati. Soprattutto, Assayas intende il cinema come modo per interrogarsi sulla situazione politica e socioeconomica del mondo, ma la sua riflessione non è mai accademica: i suoi film sono incendiari, a briglia sciolta, carichi di tutte le cose che ama. Nella soundtrack di questo, ha inserito la musica della sua giovinezza: Syd Barrett, Phil Ochs, Nick Drake, Incredible String Band, Mike Heron, Robert Wyatt, Tangerine Dream, Dr. Strangely Strange.
E mi sembra che colga il punto quando parla della differenza tra i giovani del post ’68 e quelli che crescono oggi. “La gioventù degli anni 2010 vive in un presente amorfo. È fuori dalla Storia, ciclica, immutabile. L’idea che si possa avere presa sulla società, che se ne possa ripensare la natura stessa, è diventata molto vaga e convenzionale. Si riassume pressappoco in termini di esclusione e inclusione. Si dice spesso che tutto è dovuto alla diffusione della disoccupazione giovanile. Questa spiegazione mi è sempre sembrata semplicistica ed insoddisfacente. Non ci si proietta più verso un futuro radioso e utopico, si chiede allo Stato di combattere l’esclusione. Le rivendicazioni sono frammentarie, settorizzate; ci si rivolta contro le ingiustizie ma senza un’analisi globale. Negli anni ‘70 ci si opponeva all’idea stessa dello Stato. Nessuno voleva esservi incluso, l’obiettivo era piuttosto quello di esserne esclusi.” CONTINUA QUI, con la prima clip video da Après Mai

To the Wonder, di Terrence Malick

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Qualche novità sullo spirito di To the Wonder, precedentemente conosciuto come Romance, poi come The Burial e nuovo attesissimo film di Terrence Malick. Il protagonista Ben Affleck ha descritto il film come “un pastiche di momenti espressionisti” in cui l’esistenza del suo personaggio viene solo evocata e non narrata, nel modo ipnotico e fluido in cui si ricorda la vita vissuta: uno degli aspetti più affascinanti di The Tree of Life era proprio questo, assecondare il modo in cui i nostri sogni (le nostre aspettative e soprattutto le nostre illusioni e le bugie che fabbrichiamo nei nostri stessi confronti) si mescolano ai ricordi per creare un tessuto in cui nessun tribunale può stabilire la verità. Come per l’immenso Béla Tarr e pochi altri, a Malick non interessa confezionare una storia lineare e si prende il tempo necessario per disegnare un’esistenza che a torto consideriamo una retta. Ognuno ha la sua opinione sulla propria vita, ma personalmente io non vedo rette: solo un caos ingovernabile che si nutre di cicli, spostamenti, ricorrenze, mutamenti improvvisi e inaspettati. QUI

The Master, di Paul Thomas Anderson

the master - paul thomas anderson

Due tra gli attori che amo di più e che hanno fatto della loro strana fisicità un laboratorio di esperimenti spesso molto coraggiosi: Philip Seymour Hoffman (che non teme nulla dai tempi di Happiness, ma è stato meraviglioso anche in Ubriaco d’amore, Boogie Nights, La 25° ora, e in Synecdoche New York di Charlie Kaufman è riuscito a condensare definitivamente sgradevolezza, narcisismo e capacità di commuovere nello stesso personaggio) e Joaquin Phoenix, che da sempre, e in modo manifesto da I’m still here in poi, è un corpo ingovernabile, totalmente anarchico, come un razzo lanciato nello spazio con informazioni sommarie e licenza di uccidere): basterebbe questa coppia a farmi sbavare sui 70mm di The Master. Aggiungo che Paul Thomas Anderson ha tutta l’aria di qualcuno che non ha stappato bottiglie di champagne insieme a una vagonata di escort per essersi fatto un nome a Hollywood e continua a perseguire un cinema cattivo, cesellato, istrionico ma severo, come un Welles dei nostri tempi. Qui ci sono due clip video, il trailer definitivo con le affermazioni del regista, un’altra clip, la gallery con un sacco di foto e una precisazione della produzione sui tanto discussi riferimenti a Scientology, il primo trailer ufficiale, il primo e secondo teaser trailer e le foto dal set.

Pieta, di Kim Ki-Duk

A naso io credo che Kim Ki-Duk sia tornato a picchiare duro come al principio della sua carriera.
Ovviamente Pieta è stato già trasformato in un manifesto per il nuovo meeting di CL dalla provvida distribuzione italiana, facendone un inno al sacrificio cattolico con una ridicola tagline che ha rovinato il poster, pur splendido. Come al solito si tratta lo spettatore italiano come un coglione decerebrato e si ritiene di dovergli spiegare l’immagine, già estremamente eloquente con il suo riferimento all’icona della Pietà, con un messaggio ritagliato dal volantino della gita a Medjugorje:

Pietà, per pietà

Come no. Si sta promuovendo il film di un signore coreano che ha mescolato con audacia inarrivabile spiritualità, sesso e violenza brutale lasciandoci tutti senza fiato, riuscendo a trasformare qualsiasi cosa, anche uno sputo, un conato di vomito, un urlo sgraziato, in qualcosa di disperatamente romantico (Bad Guy, The Isle, Address Unknown…). Un uomo che per lavoro distrugge vite distrutte dai soldi e una donna che gli offre una sgradita, sgraziata, umiliante maternità che forse è anche un dono da amante:  in realtà il regista (e l’uomo) Kim Ki-Duk è alla ricerca di qualcosa che abbiamo smarrito, e che non si identifica con la religione ma con la religiosità, anzi la sacralità. La domanda è sempre questa: cosa è sacro? e la catastrofe di cui parla corrisponde a nient’altro che alla “ tragedia del capitalismo moderno“. QUI , e qui la prima clip

UPDATE: AsianWiki riporta che sarà prodotto anche un vino chiamato Pieta, dalla casa veneta Villa Romeo: il look delle bottiglie sarà ispirato al poster del film. Già mi è toccato rassegnarmi alla trasformazione di James Maynard Keenan dei Tool in vignaiolo, con tutto il rispetto per chi produce vino. Ma questa nota mi pare decisamente stonata alla luce di quanto detto finora. Alla faccia della critica al capitalismo…

pieta - kim ki-duk

Superstar, di Xavier Giannoli

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Il suo esordio Corpi Impazienti (2003), bellissimo, affrontava fuori di ogni retorica la questione di una malattia mortale, vissuta da corpi giovani, irrequieti e pervasi dall’urgenza di vivere. Poi Giannoli si è quasi specializzato nel trattare figure ambigue che si trovano a interpretare ruoli senza nemmeno volerlo, pirandellianamente,però calate nella società che ci troviamo ad affrontare ogni mattina uscendo dal bunker. Come non concordare con quanto afferma a proposito di questo nuovo Superstar, storia di un povero cristo che diventa suo malgrado bersaglio dell’isteria collettiva di una folla affamata:
Sono stanco di questa gara per il successo e il riconoscimento, in tutto il mondo, per tutto il tempo. Ognuno fa la sua playlist, la sua classifica, la sua lista di ristoranti preferiti o dei suoi tweet. Stiamo morendo. Come se non potessimo esistere senza lo sguardo e il giudizio degli altri, su Facebook come in strada. è anche in questo vortice di spudoratezza e narcisismo che gettiamo il nostro povero Martin. Abbiamo riso così tanto girando le scene in cui viene assediato da persone che gli urlano ‘Siamo tutti come te!
e ancora:
Martin non viene tormentato per la strada perchè è famoso, piuttosto è famoso perchè continua a essere perseguitato mentre cammina. […]Ma ecco qualcuno che per la prima volta rifiuta la volgarità, l’isteria e l’inganno della celebrità. Come il Bartleby di Melville, risponde: ‘Preferirei di no’. E proprio per il su rifiuto, diventa ancora più famoso. […]Questa impossibilità del rifiuto è angosciante. Martin non ha neppure più la liberà fondamentale di tenersi al di fuori del sistema“.
C’è da stringere la mano a Giannoli, comunque sia questo film. QUI

E qualche altra nota su:

O Gebo e a Sombra di Manoel de Oliveira

“Il tutto si riduce alla natura, e la natura è la fame. La fame è il motore di tutte le cose: non puoi fare a meno di mangiare […] Prima di ogni altra cosa, il film è uno specchio della società contemporanea. Se il denaro manca, è perchè qualcuno lo ha rubato. Non so come finirà il mondo, e io non ci sarò per rendermene conto. Mi piace una frase di Ortega y Gasset, che ho inserito in O Estranho Caso de Angélica: ‘L’uomo è le sue circostanze’.
A volte leggiamo delle cose orribili sui giornali, per esempio di omicidi, e ogni volta non possiamo fare a meno di chiederci: ‘nelle stesse circostanze, farei la stessa cosa?’. Questa è una domanda terribile. Le circostanze sono determinanti, esercitano una forte influenza sul comportamento umano.  Ma non credo che questa sia l’apocalisse. Semplicemente, la natura umana non è buona.” QUI

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Sinapupunan di Brillante Mendoza

È stato il figlio di Daniele Ciprì

The Iceman di Ariel Vromen

Penance di Kiyoshi Kurosawa (ovvero Shokuzai, miniserie di uno dei registi giapponesi più misteriosi e struggenti, già magnificamente tradotto da AsianWorld, qui)

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