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FESTIVAL DI ROMA 2012 [1]

16/10/2012

MARFA GIRL, i teenager al confine di Larry Clark

Larry Clark sul set di Marfa Girl

Una storia di formazione ambientata e girata nella cittadina del titolo, con un misto di adolescenti del posto, per la prima volta sullo schermo, e attori professionisti. Marfa è “un piccolo centro del Texas nel mezzo del nulla, con una popolazione di 2000 abitanti, a 68 km dai confini del Messico. Questo è il luogo dove è stato girato Il Gigante, il classico degli anni ’50 con James Dean, Liz Taylor e Dennis Hopper. Anche Il Petroliere e Non è un paese per vecchi sono stati girati qui. In qualche modo, è un posto che ha una specie di fascino romantico“.
Così spiega Larry Clark, regista e soprattutto fotografo. Dico soprattutto, perchè sul suo cinema non sono lontanissima da come la pensa Michel Houellebecq, o meglio come il suo alterego in La possibilité d’une île  (“Avevo detestato Kids, detestai ancor di più Ken Park,trovai particolarmente insopportabile la scena in cui quella sporca carogna picchia i nonni, quel regista mi disgustava al massimo grado, e fu probabilmente quel disgusto sincero a impedirmi di stare zitto, quando sospettavo che a Esther piacesse per abitudine, per conformismo, perché di solito era cool approvare la rappresentazione della violenza nelle arti, che le piacesse insomma senza vero discernimento, come le piaceva per esempio Michael Haneke, senza nemmeno rendersi conto che il senso dei film di Michael Haneke, doloroso e morale, era agli antipodi di quello di Larry Clark.”). Malgrado ciò, sento che questo film ha delle potenzialità, soprattutto per l’elemento del confine con il Messico e per le atmosfere che sembrano promettere un po’ una tensione anche linguistica, come in Mala Noche di Gus Van Sant. C’è da dire che Larry Clark sa fare il suo lavoro dal punto di vista del casting: i giovani ragazzi che ha scelto sembrano usciti adesso dalle pagine (che qui amiamo alla follia) di Dennis Cooper. Staremo a vedere.

Valérie Donzelli e il duo infernale di MAIN DANS LA MAIN

 MAIN DANS LA MAIN di Valérie Donzelli
Due persone totalmente diverse, una direttrice di balletto, che si indovina un po’ snob (la Valérie Lemercier di Vendredi Soir, una alla quale non interessa sembrare genericamente carina ma fare l’attrice, ovvero le persone che interessano a Claire Denis) e un artigiano di provincia (Jérémie Elkaïm, già cosceneggiatore e attore in La guerra è dichiarata) che solo nel ballo trovano una inspiegabile alchimia. Grazie al fato, e a Marco Müller, non ci troviamo in Save the last dance o dio solo sa cosa. Si tratta del terzo film dell’attrice/regista francese Valérie Donzelli, che ha dimostrato di saperci fare con La guerre est déclarée: non un film perfetto, ma energico, vitale, non compiaciuto, su un tema fortemente a rischio di sentimentalismo e stronzate lacrimevoli; insomma riuscito, come Polisse di Maïwenn, ma meglio riuscito. “Soffrono di una ‘sindrome da sincronia’ per cui non riescono a separarsi l’una dall’altro, contro la loro volontà” dice lei dei suoi protagonisti. Ed è una circostanza in cui credo che possano rispecchiarsi, metaforicamente, molte coppie. Dico credo, perchè io la coppia non so più nemmeno cosa sia, a meno che per coppia non si intenda una coppia di dosi di caffè accuratamente preparate in una sola tazza per ottenere un caffè DAVVERO buono, una coppia di horror DAVVERO efferati uno dietro l’altro, esperienza autenticamente catartica che consiglio a chiunque sia terrorizzato dall’attuale situazione politica, economica e sociale di questo ripugnante paese, oppure una coppia di pacchetti di sigarette (la tabaccaia sotto casa ormai non mi dà nemmeno il tempo di chiederli: me li dà e basta e l’affare avviene silenziosamente mentre silenziosamente ci sorridiamo, a volte nello sbalordimento dei clienti successivi che si chiedono se siamo mute entrambe. Mi sarebbe sempre piaciuto dire “il solito” ma così è ancora meglio).

Inside the mind of… Roman Coppola

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Necessaria premessa: non amo troppo la famiglia Coppola (in particolare il gigantesco bluff Sofia, le Vergini suicide rubavano tutto il merito al bel romanzo di Eugenides, Lost in Translation mi ha preso in castagna con Bill Murray – impossibile non amare Bill Murray – e  il suo Somewhere resta a buon diritto nella lista dei miei 10 film più detestati di sempre, ma è proprio tutta la sua tiritera retorica sulla figlia-non-abbastanza-cagata-dal-padre-famoso-che-oggi-pur-cresciuta-si-ritaglia-figure-di-adolescenti-ignorate-e-di-facoltosi-lost-boys-appartenenti-a-una-generazione-perduta che mi infastidisce oltremodo). Altra premessa: non so ancora cosa pensare del fantastico mondo di Wes Anderson, dei colori, della raffinatezza, del gioco, non riesco a capire se si tratta di una bolla di sapone o se in questa superficialità c’è una grande profondità (concetto in sè banale) o tutte e due le cose insieme; non resto mai insoddisfatta delle performance di Jason Schwartzman e di molti degli attori che gravitano intorno a questo mondo, che è pure il mondo di Roman Coppola. Dunque, su questo Charles Swan resterei cauta fino alla fine. Si, il testo era tutto nella premessa, proprio come diceva quel tale che affermava che il significato di certe lettere è tutto nel post scriptum.

UNA PISTOLA EN CADA MANO, i quarantenni in crisi di Cesc Gay

Ricardo Darín e Luis Tosar- UNA PISTOLA EN CADA MANO

Ricardo Darín e Luis Tosar nello stesso film: motivo sufficiente a esultare di gioia. Parliamo di quello che potremmo chiamare il Vincent Lindon argentino, sempre perfetto, dolorosamente misurato: da amare ogni sua singola ruga (Nove regine, XXY, Il segreto dei suoi occhi, Un cuento chino, attore molto amato da Pablo Trapero, splendido in Carancho e Elefante Blanco) e di Luis Tosar, ovvero Malamadre: convincente sempre, nei panni del potente boss di Miami Vice o in quelli del disoccupato proletario di I lunedì al sole, come marito violento in Ti do i miei occhi di Icíar Bollaín o leader della rivolta carceraria in Celda 211 di Daniel Monzón, fino all’ultimo ambiguo protagonista di Mientras Duermes di Jaume Balagueró. Tutto il cast è strepitoso, ne parlo a sufficienza nell’articolo (una nota di merito in particolare per la presenza di Candela Peña, indimenticabile prostituta di Princesas senza cuore d’oro, con turpiloquio e imprevista dolcezza). Questa commedia promette di rivelare anche i lati “più comici e patetici” del senso di inadeguatezza dell’uomo contemporaneo, un’incertezza legata in particolare a una mascolinità che non ha ragione di esistere se raffrontata a quella archetipica dei duri alla Robert Mitchum. Vorrei precisare che a mio modestissimo parere, non è tanto il bla bla sul “mutamento del ruolo maschile” il punto sul quale si dovrebbe riflettere, ma piuttosto l’idea che questi duri cinematografici avevano una caratteristica principale: UN FORTE SENSO MORALE, ed è questo che oggi manca alla maggior parte dei maschi contemporanei, oltre alle palle di dimensioni considerevoli di cui tanto si sproloquia. Ho la sensazione che il dibattito si aggiri sempre intorno a una “fragilità” che il maschio dovrebbe accettare, uno stato di uguaglianza con cui dovrebbe venire a patti, e che non sfiori mai però questo piccolo, umile, fondamentale tema. La dirittura morale, o comunque un’etica, mica per forza buona, magari anche un’etica della crudeltà, è questo che mi sembra mancare al campione di uomo medio. Voglio dire che i duri tutti d’un pezzo, queste icone, non riservavano il massimo della loro determinazione a restare fedeli a una squadra di calcio e all’abitudine di fare commenti sapidi sui culi in presenza dei loro sodali, ma a questioni di vita o di morte. Ritorno sempre alla domanda principale: chi potrebbe condurre con te il carrello, quando il mondo è finito?

ETERNO RITORNO, di Kira Muratova

Kira Muratova, Večnoe Vozvraščenie (Eterno ritorno)

Indomita, a 77 anni, Kira Muratova si circonda dei suoi attori preferiti e torna con il ventunesimo film, in concorso al Festival di Roma 2012: un’opera chiamata Večnoe Vozvraščenie (Eterno ritorno), in cui alcuni uomini e donne, ex compagni di scuola, si incontrano inaspettatamente dopo anni. Non possiamo aspettarci che del bene dalla grande regista di Brevi incontri, Lunghi addii, Sindrome astenica, Motivi čechoviani, che ha sempre cavalcato come una valchiria l’onda della dissidenza e dell’opposizione a un regime che la voleva muta. Il mio sospetto viene anche dal fatto che, come per altri grandissimi vecchi (penso a João César Monteiro, purtroppo scomparso, ma anche a Manoel de Oliveira e Alain Resnais, viventi, e aggiungo per fortuna) sembra che arrivati alle ultime battute si tirino le fila con opere sempre più forti, sempre più essenziali, che fanno a meno di ogni provocazione eppure risultano più audaci, nel linguaggio e in una specie di grazia sardonica, di quelle dei giovanissimi decisi a stupire.

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