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We feel ourselves falling, we feel the fall #1 – rubrica di cose che vengono in mente prima di dormire

01/11/2012

Catalina Sandino Moreno - Loin du 16ème - 2006

Dimenticherò il suo ultimo On the Road, ovvero labeatgenerationfrettolosamentespiegataaquellochesiritieneessereilpubblicodiMTV, e invece, di Walter Salles (qui insieme a Daniela Thomas) mi ritorna insistentemente Loin du 16ème, uno dei corti dell’antologia del 2006 Paris, je t’aime. Quasi tutti i registi avevano scelto la commedia, l’incontro amoroso, pure declinato nei toni multirazziali o funerari, ma sempre retorici. Io, se penso a Parigi, provo un certo disagio e mi vengono in mente sempre le banlieue de La Haine, epifanico passaggio della vacca compreso – e anche questo, bisogna ammetterlo, è un luogo comune.

Poi ci sono delle facce che per qualche motivo mi rompono qualche giunto e qualche perno, di quelli che ben nascosti sotto tutta la manfrina della pelle, dei muscoli e delle ossa, reggono tutta la baracca. Sembrerebbe non sia successo niente, e invece si è verificata una severa frattura.

(è appena successo anche alla mia sedia, e se capita a una sedia, può certamente capitare anche a me. Credo di sapere precisamente quando l’ho rotta: almeno due mesi fa, salendoci su in piedi per prendere dei libri. Al momento mi ero vantata della capacità di resistenza della mia vecchia sedia e della mia insospettabile agilità, ma la sedia era irrimediabilmente perduta, sin da allora. E io 18 anni fa ero un valente playmaker. E no, non ho quasi mai ascoltato musica di merda. Non me lo merito. Peraltro devo aver scatenato l’inferno digitando “come riparare perno rotto” “sedia perno non funzionante” e “fai da te sedia ufficio rotta?” perchè stanotte mi compaiono sullo schermo insistenti pubblicità come questa. Non sono un capitano d’industria, anche se la mia vecchia sedia è era certamente una sedia dirigenziale, e dio santo, quella che mi propongono costa un mese di affitto).

Una di queste facce è la faccia di Catalina Sandino Moreno, una bella attrice colombiana che a quanto pare che non è cresciuta povera, ciononostante è capace di suggerire ogni sfumatura di una povertà greve come un mantello di sassi. Quando il Dorigo di Buzzati incontra Laide, il suo sfrontato, maledetto e benedetto oggetto d’amore periferico, pensa a una madonna di Antonello da Messina.

E io invece penso a Catalina Sandino Moreno (ma anche il poster di Maria Full of Grace giocava su questa associazione e invece dell’ostia recava il sacro ovulo di coca). Io penso a lei, voglio dire al suo personaggio (ma insomma è chiaro che io non so distinguere le due cose, non più) in Loin du 16ème, che si alza in quel genere di buio che ti fa prendere atto dell’idea che un sacco di persone si alzano alle quattro del mattino e prendono la metropolitana alle cinque solo per arrivare in un altro posto alle sei, fa il giro del mondo in un intero, lunghissimo minuto, solo per raggiungere una casa elegante e cantare per la seconda volta una semplice filastrocca. Così banale, così identica. Così diversa la seconda volta che la canterà. Tanto sarcastica da far male solo a noi, e non al bambino dei ricchi, che non ha ancora colpe quanto quello dei poveri. Il suo sguardo scivola lontanissimo lungo la finestra stretta, non si vede che un balcone chiuso e un albero, e sono solo pochi minuti in tutto, ma noi facciamo tutto il percorso all’indietro fino al figlio di lei con il cuore in gola a cavallo del suo sguardo, come chi corre a sventare un sospetto suicidio.

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