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FESTIVAL DI ROMA 2012 [2]

11/11/2012

[LA PRIMA PARTE QUI]

Qualche altro film da vedere al Festival di Roma:

IXJANA, l’inferno di Józef e Michał Skolimowski

IXJANA, l'inferno di Józef e Michał Skolimowski

L’inferno polacco, si direbbe, ha a che fare con Eros, Thanatos e una sacerdotessa, un catalizzatore di forze violente e mistiche, una donna inafferrabile, seducente e pericolosa (e allo stesso tempo fragile e in pericolo, come le muse lynchiane): in una tradizione che trova in molti titoli del cinema polacco fantastico/erotico (Walerian Borowczyk) quasi horror (Jerzy Kawalerowicz) intriso di occultismo (Wojciech Has); nella produzione di Roman Polanski sospesa tra noir e soprannaturale, crudeltà e follia (da Cul de sac a Repulsion e Rosemary’s Baby, da Frantic a La nona porta) e che trova forse nei film di Andrzej Żuławski la sua massima teorizzazione (Possession su tutti, ancora potentissimo dopo anni, ma anche Le mie notti sono più belle dei vostri giorni, L’Amour Braque, La femme publique, L’importante è amare, La sciamana).
Anche in questo Ixjana. Z piekła rodem (IXJANA) la scintilla parte da due donne misteriose, che piombano nella vita di due vecchi amici. Un thriller psicologico con atmosfere cupe e elementi surreali, scritto e diretto da Józef e Michał Skolimowski, fratelli nati da una relazione tra il celebre cineasta Jerzy Skolimowski e l’attrice Joanna Szczerbic (diretta da Jerzy in Barriera del 1966 e Mani in alto! del 1867). CONTINUA QUI

UN ENFANT DE TOI, l’amore imprevedibile per Jacques Doillon

un enfant de toi

Lou Doillon e Charlotte Gainsbourg condividono una sensualità bizzarra, che sa scivolare dalla bellezza al brutto, dalla raffinatezza alla trivialità. Ci piacciono, soprattutto la seconda. Jacques Doillon, che è uomo di mestiere (quarant’anni di attività alle spalle, l’esordio sul set come assistente al montaggio per Alain Robbe-Grillet – tra i suoi film La drôlesse, Le petit criminel, Le jeune Werther, e i più recenti Raja e Le Mariage à trois – dirige la figlia Lou nella storia di due giovani genitori separati che si ritrovano come amanti. A naso la storia sembra ricalcare le piccole follie quotidiane, le sofferenze patetiche e gli slanci delle coppie di A.M. Homes (specialmente in Musica per un incendio), con l’aiuto di buoni interpreti, tra cui l’etereo Malik Zidi di Gocce d’acqua su pietre roventi, invecchiato in modo sognante e fragile. Staremo a vedere. CONTINUA QUI

THE MOTEL LIFE: Alan e Gabe Polsky dal “Bob Dylan dei diseredati”

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My Own Private Idaho incontra Rusty il selvaggio“: un frammento del sogno americano in pezzi, The Motel Life, tratto dal bellissimo primo romanzo di Willy Vlautin, storyteller e musicista definito “il Dylan dei diseredati”. Nei panni dei fratelli Frank e Jerry-Lee sono stati chiamati Emile Hirsch e (purtroppo) Stephen Dorff (il suo ritorno sullo schermo è sempre colpa di un capro espiatorio alla quale continuerò a dare parte delle colpe cinematografiche del mondo: il bluff Sofia Coppola, con il suo patetico Somewhere).Sono fratelli anche i registi:  Alan e Gabe Polsky, al loro esordio dietro la macchina da presa dopo aver prodotto Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans di Werner Herzog, Little Birds di Elgin James e il documentario HBO His Way. Per descrivere la prosa di Vlautin, frontman dei Richmond Fontaine oltre che scrittore, sono stati fatti grandi nomi: Raymond Carver, John Fante, John SteinbeckLui si definisce semplicemente un cantastorie, sulla scia di gente come Tom Waits e Shane McGowan.  Oggi attivo in Oregon (a Portland, come Gus Van Sant e Kelly Reichardt) è nato e cresciuto, fino ai 27 anni, a Reno, Nevada (stesso stato di Fargo) un luogo che la Depressione trasformò in una sorta di Las Vegas popolata da decine di motel, che insieme ai giocatori d’azzardo attirava vagabondi, outsider, trafficanti di ogni genere. Il suo linguaggio schietto, pulito e efficace e la capacità di descrivere il tessuto della  vita quotidiana di figure al margine con improvvisi slanci lirici lo avvicina anche a Barry Gifford, autore del testo che ha ispirato Perdita Durango di Álex de la Iglesia, amato da David Lynch (che ha tratto Wild at Heart da un suo romanzo e la ho voluto come collaboratore alle sceneggiature di Hotel Room e Strade perdute). Per temi e contenuti, per la prossimità a chi cerca di sopravvivere in un mondo duro e disperato, Vlautin può essere paragonato anche a William Kennedy, scrittore americano premio Pulitzer per Ironweed nel 1983, poi diventato un film di Héctor Babenco con Jack Nicholson e Meryl Streep. Malgrado tutti questi riferimenti (e tanti altri se ne possono trovare) il romanzo di Vlautin The Motel Life (il booktrailer) in Italia pubblicato da Fazi – è originale e unico. Frank e Jerry-Lee, orfani che hanno sempre avuto una vita dura, che ora dormono in macchina, vagano tra donuts, alcool e incontri di fortuna, sono persone “danneggiate” (uno dei due anche fisicamente, a una gamba) ma persone ordinarie, che potremmo incontrare ogni giorno, solo incapaci di rassegnarsi alla realtà dei fatti e dotati di un’immaginazione che trascende le loro esistenze miserabili e disperate: dicevamo. Proprio così. “La cosa che interessante è che c’è sempre questo sogno di fuga, ma non c’è nessun posto dove scappare. Ti limiti a correre dentro te stesso” racconta Vlautin.
Nella colonna sonora compare un brano del grande folksinger Townes Van Zandt accanto a pezzi di Bob Dylan & Johnny Cash, The Kills, Jonathan Clay, Justin Townes Earle.  CONTINUA QUI

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