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p r e c i p i t a r e

15/04/2013

purple america, rick moody, 1997

incipit

Colui che conosca le pieghe e le complessità del corpo della propria madre, egli non morirà mai. Colui che conosca le latitudini del corpo della propria madre, colui che l’abbia sollevata tra le braccia e quindi battesimalmente immersa nella vasca del bagno al pianterreno, prima una e poi l’altra delle sue gambe alabastrine, colui che la lavi con campioncini di sapone Woolworth, colui che ruoti le stridenti manopole e saggi la temperatura dell’acqua con l’interno del proprio polso, colui che versi un paio di cucchiaini di sali alla rosa nel gorgo sotto il rubinetto e si stupisca per il rosso acceso che ne risulta, colui che con la mano fletta le sue membra sclerotiche come per accertarsi dell’efficienza di un cardine, colui che abbia baciato la propria madre lì dove più radi sono i suoi capelli candidi, e che ne abbia sussurrato il nome mentre la insapona sotto quel seno che un tempo gli diede il latte, colui che inali l’acre e avvilente tanfo del corpo della propria madre mentre lava via gran parte di tal lezzo con sapo­nette Woolworth alla lavanda, che ne abbia messo da canto il futile reggiseno e le enormi mutande (abbandonati sul pavimento di mattonelle alle sue spalle) per ripararli dall’acqua che di tanto in tanto, sfuggita alla valvola di trabocco, tracima dal bordo della vasca, colui che su tali mutande sia scivolato, mutande un tempo macchiate col sangue dei non nati, i suoi fratelli non nati, mutande adesso intese a ospitare biancheria di plastica, colui che abbia asciugato con una spugna viola le stalattiti di bava dalla bocca della propria madre, che abbia spinto di lato l’invadente tenda viola della doccia per meglio sollevare la propria esile madre al fine di lavarle il sedere dove talvolta una dolce merda infantile si raggruma causandole al tempo stesso disagio e vergogna, colui che con una mano bagnata armeg­gi nervosamente con la sintonia della radio del bagno (appoggiata sul ser­batoio del cesso) in cerca di una specifica emittente alternativa che trasmette unicamente registrazioni di incidenti ferroviari e rumori di cantieri edili (alla sua età questa fissazione dovrebbe essergli passata da un pezzo), colui che si accontenti infine dei percussionisti del Burundi sulla WUCN pur sapendo benissimo che la madre tollera solo musica degli anni Trenta e qualche classico, e colui che poi si penta del proprio egoismo e dunque si sintonizzi su un’emittente nazionale che trasmette grandi successi dell’era swing, colui che nel corso del proprio ufficio si accorga della florida luce dell’inizio di novembre così come si spande sulla parete del bagno dove l’unica fonte di illuminazione è una candela elettrica con base di plastica, colui che indugi nella suddetta mezza luce mentre la propria madre si gode l’ultimo piacere corporale ossia il fluttuare del suo inutile corpo nella tiepida, umida, carezzevole culla d’acqua profumata di rosa, un’acqua che benché piacevole può provocarle afosi transitoria, atassia, difficoltà nella deglutizione, sordità e altre disfunzioni momentanee connesse alla sua malattia, colui che nondimeno guardi al volto pacificato della madre in quell’acqua e – in uno slancio vagamente New Age – vi scorga il proprio volto prima di nascere, colui che mentre la lava pianga sulle condizioni della madre, pianga silenziosamente, senza aggiungere al proprio pianto parole o sguardi pietosi o soffiamenti di naso o singhiozzi, solo un breve pianterello schietto, colui che poi si riprenda rapidamente ed energicamente dallo sconforto e formuli un ringraziamento per il mero fatto di avere ancora una madre, ma che nondimeno si sia interrogato sul tipo di giustizia astrale che l’ha così immobilizzata, colui che si auguri una precoce fine del bagno per potersene andare a bere troppo al baretto locale, bar dove incontrare gli abitanti del paese natale, bar dove trovare gli amici del liceo, i mai-partiti, i rimasti per diventare attivisti civici, quelli che hanno iscritto i propri figli al semiconvitto dove essi stessi andavano da piccoli, colui che guardi l’ora e sbadigli, chiedendosi quanto ancora lasciare a mollo la madre, colui che la insaponi una seconda volta per assicurarsi che ogni recesso del suo corpo sia disinfettato, che venga eliminato ogni granello di polvere, ogni scaglia di sudiciume, colui che mentre l’acqua comincia a defluire entri nella vasca da bagno per sollevare la madre come solleverebbe da un torrente un paracadute zuppo, colui che, collocatala sul sedile abbassato della toilette per asciugarla con un asciugamano dallo spessore ormai sfinito (rosso vermiglio), nell’asciugarla ne annusi, delicatamente, impercettibilmente, la superficie della pelle, colui che si rifiuti di metterle a questo punto gli occhiali come ha sempre fatto in passato quando reclutato a lavarla, come dovrebbe fare appunto adesso benché con ogni probabilità ella possa sì e no discernere una confusione di sagome (almeno fino al raffreddamento del suo oltraggiato sistema nervoso centrale), colui che desideri comunque protrarre questa ulteriore e specifica invalidità in virtù del fatto che ella, quando è totalmente cieca oltre che semitetraplegica, finalmente avverte l’insufficienza delle proprie facoltà di orientamento, colui che infili su per le gambe della madre le mutande e, poiché non sa resistere a questa opportunità di conoscenza, osservi ancora una volta lo squisito andito glabro che porta alla sua vulva, colui che abbia un breve rimorso per la propria impudenza, colui che, quantunque irrisoria sia per lei l’utilità dell’indumento, le metta e allacci il reggiseno, colui che le infili dalla testa la vestaglia abbottonata, ficcandole prima un braccio e poi l’altro nell’apertura per il capo, colui che allunghi una mano e spenga la radio perché il brano che stanno suonando è troppo triste, un’estenuante melodia jazz di tromba con sordina, colui che infili nelle pantofole i piedi della madre, il sinistro e poi il destro, prima però indugiando brevemente a giocherellare con le sue dita, semplicemente per vedere se vi sia una qualche sensibilità, giacché la sua logorante malattia è caratterizzata da brevi periodi in cui alcune sensibilità fanno un repentino quanto fugace ritorno alle estremità colpite (comunque mai la sensibilità), colui che noti la totale assenza di risposta nella propria madre quando le pizzica l’alluce, e colui che tale assenza la noti pacatamente, colui che infine si risolva a sistemare gli occhiali sul naso della propria madre acconciando le stanghette in maniera che le poggino comodamente sulle orecchie, colui che una seconda volta baci la propria madre dove i capelli sono più radi e la sollevi di peso tra le braccia per portarla alla sedia a rotelle sulla soglia, colui che alla propria sciupata mamma dica, con una leggera balbuzie dovuta ad ansia generalizzata e provocata da insufficienti pause tra inalazione ed esalazione del fiato: Ehi, Mamma, s-s-stasera hai un a-a-a-a-aspetto favoloso, stai una m-m-meraviglia, colui che dica ciò mentre sblocca il freno della sedia a rotelle, colui che quindi porti la sedia a rotelle col suo carico a fermarsi nel corridoio all’altezza dalla cucina, sotto uno scadente paesaggio finto-impressionista americano appeso alla parete, al semplice scopo di abbracciare ancora una volta la propria mamma perché non la vede da mesi, perché è un figlio negligente, perché le sue condizioni sono peggiorate, sempre peggio, colui che nondimeno fantastichi di collegare la sedia a rotelle a un portatelevisore anch’esso a rotelle in maniera da poter spostare in giro per la casa lei e quel covo di idiozie coi suoi programmi barbiturici evitandosi così di dover parlare con lei, giacché è da due decenni e passa che assiste al suo declino e non ne può più di consolare e sacrificarsi, la semplice idea lo fa star male, colui che la collochi in cucina accanto al tavolo in formica e apra il frigorifero in cerca di qualche pappetta con cui sbrigarle la cena, qualche pappetta facile da farle inghiottire e che non costringa come al solito lei a passare la notte col rischio di soffocare e di conseguenza lui a usare quella specie di aspirapolvere sanitario, quell’arnese dentistico col quale rimuoverle dalla gola particelle di cibo e boli di saliva, grumi di minestrone e omogeneizzati, colui che incespicando nella sedia a rotelle della propria madre mentre la aggira per raggiungere in fondo al frigo il latte al cioccolato si faccia male al ditone, Cazzo, cazzo, cazzo, scusa Ma’; colui che cambi idea e dal frigo cavi una confezione da sei della miglior birra d’importazione da lui stesso acquistata in un negozio di liquori in città, e ne apra una lattina per sé e una per la propria madre, colui che quindi infili nella lattina di birra destinata alla propria madre una tremula e ritorta cannuccia di plastica, colui che quindi rechi la bibita alla propria madre e accomodi l’estremità libera della cannuccia tra le labbra di lei, esortandola: Bevi, bevi, colui che quindi pieghi all’indietro la testa e si scoli la lattina di ottima birra d’importazione con due rapide sorsate che gli consentano in breve di passare alla successiva, colui che quindi abbracci la madre (daccapo) sentendo, nella vampa di orzo e luppolo lavorati, che la propria vita è comunque la migliore delle vite, colma di cattive notizie e di buone, di pienezza e di penuria, di pena e di premio, di sacro e di profano, di maschile e di femminile, di presente e di ritorni del passato, colui che in tale istante di travaglio e rispetto, conosca il perché del fiorire della rosa, del canto dei bicchieri di cristallo, della morbidezza delle labbra umane quando baciate, del soffrire dei genitori, egli non morirà mai. Hex Raitliff. E se costui è un eroe, allora gli eroi sono a bizzeffe, e il mondo ne è pieno come lo è di cani randagi, gomme lisce e chiavi smarrite.

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