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procediamo con la carie

28/06/2013

L’espressione “come stai?”, usata come riempitivo di un silenzio inaccettabile, quando non significa davvero quello che significa, mi ha sempre obbligato a generare uno stato di profonda angoscia nell’interlocutore.

Non è una faccenda premeditata: avviene perchè mentre la domanda sta ancora galleggiando nello spazio infinitesimale tra il suo punto interrogativo e il mio sopracciglio che si inarca del tutto fuori controllo – si possono controllare alcuni muscoli ma il sopracciglio si inarca quando sono contrariata, non c’è disciplina che tenga – qualcosa dentro tutto il meccanismo si incrina, una molla si rompe, le scimmie iniziano a battere i piatti l’uno contro l’altro. E mentre sembra che io lo osservi, chi ha chiesto, in stato catatonico, sto rapidamente passando in rivista tutte le possibili espressioni rituali di risposta convenzionalmente gradite:

1) il semplice e immortale “bene” – che sarebbe davvero una risposta eccellente se non fosse al 99% svuotato di ogni bene mentre si proferisce;

2) il tristo, e forse arrogante “alla grande“, con i relativi “da dio” “in gamba” “sempre meglio” e simili;

3) il “non c’è male“, che vuole suggerire insieme una certa umiltà personale (sono cosciente del fatto che potrebbe andare meglio ma me la cavo, sarebbe scorretto sostenere che sto annegando nei confronti di uno che sta annegando e per dire, magari quello sei proprio tu) e una pacca sulla spalla dell’interlocutore (perchè non sto bene, è ovvio, nemmeno tu, è ovvio, ma ci diciamo che tutto sommato va bene perchè cazzo non vorremo stare qui a lagnarci reciprocamente di cose che entrambi conosciamo e che ci hanno stancato entrambi e insomma lo so io e lo sai tu, facciamola finita);

4) il “si tira avanti“, più diffuso tra gli ultrasessantenni, ma è consentito utilizzarlo anche sotto i sessanta se venato di una leggera sfumatura ironica;

5) il “bene, dai” – in uso soprattutto qui a Bologna, dove il dài presuppone un non stare poi così bene ma essere consapevoli che ci vuole pudore, che lamentarsi è patetico e che in ogni caso c’è di peggio, per esempio un cancro al retto (tant’è vero che i maiuscoli marnero in Il sopravvissuto cantano “e quindi tutto bene, dài, a parte la vita”).

Io conosco perfettamente queste espressioni, ma non riesco a usarle, mi sento un impostore. Credo sia connesso al fatto che io non chiedo mai “come stai?” a qualcuno di cui non mi importa nulla. Non è una posizione di natura morale, proprio non mi viene fuori. Se lo chiedo, intendo proprio sapere come sta: per esempio se va di corpo regolarmente, se è innamorato, se è in estasi, se è infelice, se medita il suicidio, eccetera.

Allora: che fare? Tacere si può, con un amico o un’anima eletta, ma con un estraneo, magari perfettamente a suo agio nella convenzionalità dello scambio, complicherebbe le cose.

Occasionalmente, quando l’interlocutore è un perfetto sconosciuto, ma gentile, oppure qualcuno che palesemente non è in grado di tollerare forma alcuna di verità nemmeno temporanea, riesco a salvarmi e salvarlo all’ultimo momento: dalle scimmie emergono goffe espressioni di compromesso, tanto più inefficaci perchè in qualche strana maniera risultano tanto più artificiali ed elaborate quanto a me sembrano naturali:

Come stai, tutto bene? (dove il tutto bene indica un’assoluta volontà di non prendere nemmeno in considerazione che tu risponda, per esempio: attualmente proprio di merda, perchè in un certo senso lo tradiresti, gli daresti una coltellata, lo offenderesti addirittura)

Sono stata meglio, ma anche peggio.

che ha il vantaggio di non turbare più di tanto l’interlocutore: ma lo lascia interdetto, ti guarda come se lo stessi prendendo per il culo, come se gli avessi risposto con un nonsense di Lewis Carroll o uno scioglilingua.

Talvolta la sfango con una versione grottesca del si tira avanti, un si tira avanti detto da un sarcastico vegliardo illuminato:

Come stai?

– “Finchè c’è la salute” preceduto o seguito da colpi di tosse (i colpi di tosse non li devo simulare ad arte, fumo parecchio e capitano). Se l’interlocutore mi è simpatico abbozzo una risatina;

Grazie al cielo, spesso mi viene in aiuto la letteratura:

– Come stai?

più indaffarata di un uomo con una gamba sola in una gara di calci in culo.
i desideri in una mano, la merda nell’altra, vedi tu quale si riempie prima.
non sto morendo come sta morendo Chloe.

Altre volte, se sono esausta, e la persona mi è abbastanza cara, uso una tattica militare:

Come stai?

Parlami di te.

Ma molto più spesso tiro fuori quella che per me è la semplice descrizione dei fatti, però resa più incisiva dall’evocazione di un immaginario comune a tutti. Come oggi.

Dentista – Allora, come sta?

– Hmmm. Intende la bocca, i denti eccetera?

Dentista: No, no. Quello è affar mio (confesso, affar mio è un’ invenzione). Dicevo in generale…

Io: pausa [in cui lo guardo apparentemente in stato semicatatonico e invece sto passando in rassegna le espressioni di cui ai punti 1, 2, 3, 4 e 5]

Bè, provi a immaginare una sconfinata distesa di letame, quando all’orizzonte non vede altro che letame, e tutto intorno un immenso, gigantesco deserto di letame, e allo zenith, altro letame.

Lo studio piomba nel silenzio. La musica che proviene dalla radio sembra incongrua. Le tre belle assistenti del dentista sgranano gli occhi, graziose ognuna diversamente: una ha gli occhi nerissimi e grandi, la seconda ambrati e orientali, la terza ipnotici, chiarissimi quasi al limite della cataratta. Un po’ perchè per una volta la mia non sembra una battuta a effetto (difatti non lo è, ma la mia croce è che sembro sempre una sentenziosa cazzona imitatrice di oscar wilde, soprattutto se sto dicendo la verità, non la Verità assoluta, ma quella presente, quella del sapere dove si è quando si è dentro che corpo, intendo questa verità) ma soprattutto perchè è la prima volta in anni e anni di studio che il dentista, sempre di buon umore, ciarliero, conversatore bulimico con punte di sadismo, tace per cinque secondi. Poi però si riprende e da uomo di mondo qual’è mi risponde convenientemente:

Procediamo con la carie.

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2 commenti leave one →
  1. Asaka permalink
    23/07/2013 7:36 AM

    Leggo e rileggo questo post… lo adoro. Sei troppo acuta.

    “Non sto morendo come Chloe”… Penso avrei difficoltà a trovare più di due persone in grado di capirla, ma il “Parlami di te” mi sembra una tattica eccellente e conto di sperimentarla alla prima occasione…

    Asaka

    • 23/07/2013 10:04 AM

      grazie, sono tutte tattiche sperimentate sul campo. parecchie falliscono, ma ‘parlami di te’ funziona piuttosto bene 🙂

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